Vedere i gruppi delle diverse nazionalità a Medjugorje con le loro bandiere, pregare, ti tocca il cuore. Ma le donne ucraine in intensa preghiera e canti, vecchie madri o giovani mogli (quante vedove?), e fidanzate (rivedranno il loro amato? Se sì, quanto storpiato nel fisico e nella psiche?), con decine di bambini e ragazze (quanti già orfani?), ti sconvolge. Il reportage di Eusebio Ciccotti

Medjugorje – Tutti ci ricordiamo dai libri delle elementari un disegno (io almeno non lo ho mai dimenticato) di un Papa che con la Croce fermava il capo degli Unni lanciato verso la distruzione di case e vite umane, cui sarebbe seguito il saccheggio e l’incendio di Roma: Leone I. Egli, con lo stendardo e un crocifisso, umilmente va incontro ad Attila, sulle sponde del fiume Mincio, nei pressi di Mantova. Siamo nella afosa estate del 452. Ha portato con sé, dei preti vestiti di bianco, e venti soldati tutti rigorosamente disarmati. Attila e i suoi generali sono meravigliati.

Papa Leone I, carattere sereno e buon conversatore, dai toni bassi (dicono le fonti), parla della bellezza dell’Asia, che conosce, da dove proviene Attila. Questi ne rimane incantato. Tra i due vi è un gran rispetto. Attila offre al Papa un regale pranzo e dopo due giorni il capo degli Unni è convinto che saccheggiare la città non sia una buona azione. Si ritira (altre fonti ci dicono che fosse superstizioso), accettando un cospicuo bottino. Sta di fatto che le preghiere di Papa Leone I, gran devoto dello Spirito Santo, salvarono Roma.