di Antonella Lattanzi

Una storia di vampiri ai confini della realtà che ragiona sul diverso, sulla paura, sulla solitudine e sul razzismo. In definitiva, sull’umano. In cui il cibo è protagonista. Perché l’unico uomo che ha resistito all’ecatombe scandisce la sua vita coi pasti o l’alcol per cercare di non impazzire

Non c’è un’unica definizione per Io sono leggenda di Richard Matheson, libro indefinibile di indefinibile bellezza, scritto quando l’autore aveva meno di trent’anni. Forse non sapete di aver incontrato Matheson già tante volte prima di ora: in Ai confini della realtà o ne L’ora di Hitchcock, per esempio, due serie tv andate in onda per la prima volta dal 1959 al 1964 una, dal 1962 al 1965 l’altra. Molti degli episodi più forti di queste storie li ha scritti proprio lui, Matheson. Come questo libro, scritto nel 1954, che forse credete di conoscere perché avete visto il film – peraltro molto riuscito – del 2007 con Will Smith, diretto da Francis Lawrence, scritto da Mark Protosevich e Akiva Goldsman e liberamente basato sul libro che spero avrete presto tra le mani. È una mia preghiera: abbiatelo. Dimenticate il film. E non perché non sia bello. Ma perché, non so come dire, azzardo un aggettivo e dico che mi è sembrato sciocco quando ho finito di leggere Io sono leggenda. Come spesso accade ai grandi romanzi, questo non è horror, non è fantascienza, non è realismo. È una storia ai confini della realtà, che ragiona sul diverso, sulla paura, sulla solitudine, sul razzismo, sulle leggende, sulla solidità della famiglia, sul futuro, sul magico, sul sovrannaturale, sull’umano. E tutto ciò, in un romanzo in cui praticamente si parla solo di cibo. Venire mangiati dai vampiri è la paura più grande degli esseri umani di queste pagine. E infatti i vampiri li mangiano. Anzi, come si sa, gli succhiano il sangue, libagione di estrema prelibatezza, fino a quando non muoiono. Qui, nel gennaio 1976 (quindi nel futuro di Matheson), Robert Nevill sembra l’unico essere umano rimasto non ancora contagiato dall’influenza che ha stroncato l’umanità, trasformandola in un’orrenda legione di vampiri vivi o vampiri morti. L’unico non contagiato e non ancora divorato. Responsabile del contagio – è inutile che io citi il Covid – è un batterio da cui Nevill è stato già attaccato molti anni prima, a Panama, quando un pipistrello l’ha morso (ricordate: mangiare). È stato molto male, ma non è morto. Forse per questo, il batterio che ha divorato gli altri esseri umani non ha divorato lui. E poi c’è la resistenza. Nevill ha poco più di trent’anni, a causa di questa peste ha perso la figlia e la moglie – anzi, ha dovuto uccidere la moglie, tornata dal mondo dei morti per mangiarlo – ed è solo. Senza nessuno che gli dica cosa fare in questo mondo inspiegabile dove si può uscire solo di giorno perché di notte i vampiri ti attaccano a frotte. Senza nessuno che gli spieghi come curarsi quando si ammala, come riparare il generatore quando si guasta, come insonorizzare e rendere inespugnabile dai vampiri la sua casa per cercare di ricreare, lì dentro, al sicuro, una normalità fatta soprattutto di cibo, alcol e musica classica. Solo senza una carezza. Solo senza una parola. Immaginate che cosa vuole dire non sentire la propria voce per anni?