Le ragioni dei due leader stranieri al cospetto di Trump erano diverse, ma entrambi ne escono con risultati spendibili, sebbene i due conflitti in corso restino ben lungi dall'essere risolti

Due incontri, due leader, lo stesso giorno al cospetto di Donald Trump: Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu si sono riuniti, faccia a faccia, con il presidente americano, che Washington ha definito come due riunioni positive e produttive. Al di là delle parole di rito, i due capi di Stato si sono recati nello Studio Ovale con scopi diversi: per Zelensky, consolidare la buona relazione attuale con Trump dopo anni di contrasti; per Netanyahu, appianare le divergenze dopo che la guerra in Iran ha reso teso il rapporto tra i due.

“L’incontro va letto in relazione alle campagne elettorali di entrambi. Netanyahu, che si trova in leggero svantaggio nei sondaggi, ha puntato a dimostrare di essere l’unico leader in grado di garantire la sicurezza di Israele. Mantenere saldo il rapporto con gli Stati Uniti rimane tuttora un messaggio chiave per i cittadini israeliani, che vedono ancora in Washington un alleato militare, strategico e ideologico fondamentale (nonostante gli screzi di questi ultimi mesi)”, dichiara ad Adnkronos Alissa Pavia, direttrice associata dei programmi per il Medio Oriente del think tank “Atlantic Council”. Anche Trump, secondo Pavia, ha sfruttato l’incontro con Netanyahu per continuare ad apparire come un amico d’Israele, specie con le elezioni di metà mandato del Congresso a novembre e il rischio molto alto di perdere, per lo meno, la Camera dei Rappresentanti. “Rimane fondamentale esserlo per una fetta importante del suo elettorato, dagli evangelici ai conservatori e, in parte, per la comunità ebraica”, spiega l’analista. Un incontro che, per i due leader, era soprattutto rivolto al proprio pubblico di casa. Ma questo non significa che Netanyahu abbia ancora la stessa capacità di convincere Trump ad agire contro l’Iran come prima del conflitto. "Al momento è difficile immaginare che Washington voglia impegnarsi rapidamente in un altro conflitto su larga scala, soprattutto dopo una prima guerra che ha già comportato costi politici significativi. Israele, al contrario, avrebbe un interesse maggiore a riaprire il fronte, perché un contesto di crisi potrebbe aiutare Netanyahu a recuperare consenso nei sondaggi in vista delle elezioni di ottobre, rafforzandone l’immagine di leader della sicurezza", afferma Alissa Pavia.