Il giorno di Natale del 1914, quando oramai la Grande guerra si era trasformata in una carneficina, nella “terra di nessuno” tra le trincee tedesche e britanniche presso Ypres, in Belgio, successe l’impensabile. I soldati dei due eserciti nemici imposero una tacita tregua e si sfidarono in una partita di calcio. Fu un segnale, per quanto flebile e presto coperto dal suono delle mitragliatrici, che gli esseri umani non avevano del tutto perso la loro umanità e che vi era in loro il desiderio di vivere, anche nei luoghi dove a vincere era spesso la morte. Questo desiderio riemerse tra le macerie del Secondo conflitto mondiale quasi un trentennio dopo, nell’estate sanguinaria del 1944. La guerra stava per entrare nel suo quinto anno e nessuna pace pareva all’orizzonte. Eppure, quei mesi furono anche una stagione di sport. Furono mesi di battaglie campali e di improbabili gare. Di propaganda bellica e di appelli all’ideale olimpico di pace e fraternità. Non ci furono, naturalmente, i giochi olimpici previsti a Londra, ma a Roma, a Parigi, a Losanna e persino nei lager tedeschi la ricorrenza fu osservata. A ricordarcelo è il bel libro del giornalista Mario Tedeschini Lalli Le Olimpiadi del 1944 (Neri Pozza, 2026, Euro 24,00, pp. 256. Anche Ebook), volume che ricostruisce questi avvenimenti nel più generale contesto politico e bellico, raccontando la storia di alcuni partecipanti.