La realtà è sempre più complessa delle narrazioni. È una considerazione che dovrebbe accompagnare ogni decisione pubblica, soprattutto quando riguarda temi delicati come salute, ambiente, lavoro e futuro di un’intera comunità.
La decisione della Corte d’Appello di Milano di disporre la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva rappresenta uno snodo destinato a incidere profondamente sul futuro di Taranto. Proprio per la portata delle sue conseguenze, non può sottrarsi a una riflessione pubblica, libera e fondata sui fatti. Discuterne criticamente non significa mettere in discussione l’autonomia della magistratura, ma interrogarsi sugli effetti che una decisione di questa natura è destinata a produrre sulla vita di un territorio e di decine di migliaia di persone.
Il punto non è mettere in discussione il primato della tutela della salute, che resta un principio assoluto. Il punto è stabilire se decisioni di questa portata siano assunte sulla base della realtà di oggi oppure di quella di quindici anni fa.
Nessuno può dimenticare ciò che Taranto ha vissuto. Le sofferenze provocate dall’inquinamento industriale rappresentano una ferita ancora aperta e continueranno a produrre effetti sanitari per molti anni, seppure in progressiva diminuzione. Sarebbe irresponsabile negarlo. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare ciò che, nel frattempo, è cambiato.












