di
Anna Fregonara
Il ritmo che concilia il rilassamento è intorno ai sei respiri al minuto. I muscoli su cui «lavorare» sono diaframma e addominali, in particolare il trasverso
Con una media di 7,5 milioni di respiri all’anno, 600 milioni nell’arco di una vita, i polmoni sono sinonimo di vita e nella loro capacità di riempirsi d’aria si nasconde uno dei segnali della nostra salute. Per capirlo bisogna partire da una misura, la capacità vitale, il volume massimo d’aria che riusciamo a soffiare dopo aver riempito i polmoni. L’idea che quel numero raccontasse qualcosa sul nostro benessere aveva già ispirato, nel 1846, il chirurgo John Hutchinson, convinto che la capacità vitale misurasse la vitalità di una persona, tanto da proporne l’uso alle compagnie assicurative. La conferma è arrivata dal Framingham Heart Study, che dal 1948 segue la salute di una cittadina del Massachusetts. Chi ha i polmoni più capienti tende ad ammalarsi e morire meno per cause cardiovascolari, al netto di altri fattori di rischio.
I parametri«A parità di stile di vita, il respiro va studiato come un fattore a sé, da considerare accanto agli altri pilastri della salute come alimentazione e attività fisica - spiega Mike Maric, ex campione del mondo di apnea e medico, docente di tecniche di respirazione all’Università di Pavia e per la International Longevity Science Association -. Il respiro si lega anche a stress, umore e al ritmo con cui invecchiano le nostre cellule e lo si può migliorare agendo sui parametri che la spirometria misura: la capacità vitale forzata, misurata durante un’espirazione forzata soffiando con tutta la forza possibile, e il volume espirato nel primo secondo. Da questo lavoro derivano effetti metabolici e funzionali. Il primo riguarda il volume residuo, l’aria che resta intrappolata nei polmoni dopo l’espirazione e non partecipa più allo scambio con il sangue. Con l’età aumenta e ridurlo significa avere più aria ossigenata a disposizione dei tessuti».






