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Che l'intelligenza artificiale stia modificando il lavoro degli studi legali non è una novità. Ciò che va invece osservato è la selezione di strumenti sempre più presenti nel mercato in grado di supportare il lavoro del legale non solo nella redazione assistita di testi ma soprattutto nella ricerca, nell'analisi e nella classificazione di atti precedenti e decisioni giudiziarie. Il valore di questi strumenti dipende però dalla qualità e dalla liceità dei dati che li alimentano. Quando si tratta di norme e massime il problema è relativamente semplice. Quando invece si tratta di sentenze contenenti dati personali, e in particolare informazioni relative a condanne penali, la questione diventa delicata.
Una recente sentenza della Corte di Giustizia Ue nel caso Lexbase aiuta a precisare il problema. La vicenda nasce in Svezia e riguarda una banca dati privata che rendeva accessibili online a pagamento informazioni tratte da sentenze penali. Una persona condannata nel 2011 aveva chiesto la cancellazione dei propri dati. La società aveva resistito richiamando la protezione della libertà di espressione prevista dall'ordinamento svedese, che copriva la banca dati.







