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Nei giorni scorsi una notizia riportata dal Financial Times è passata quasi inosservata nel dibattito europeo sull'intelligenza artificiale. Eppure potrebbe rivelarsi molto più importante di molte discussioni che oggi monopolizzano l'attenzione di regolatori, imprese e commentatori. Secondo il quotidiano britannico, all'interno del G7 e tra alcuni dei principali alleati degli Stati Uniti si starebbe valutando la possibilità di costruire una rete di Paesi considerati «affidabili», ai quali garantire un accesso privilegiato ai modelli di intelligenza artificiale più avanzati. Se confermata, la notizia segnalerebbe un cambiamento di paradigma: per la prima volta il centro della discussione non sarebbe più solo la governance dell'intelligenza artificiale ma la governance dell'accesso all'AI.La differenza è tutt'altro che marginale. Negli ultimi anni governi, istituzioni internazionali, imprese e studiosi hanno discusso soprattutto di come regolare l'AI: trasparenza, accountability, supervisione umana, prevenzione delle discriminazioni, gestione dei rischi sistemici. L'Europa ha costruito gran parte della propria leadership attorno a questa prospettiva, culminata nell'AI Act. Il presupposto implicito era che la tecnologia fosse destinata a circolare e che il vero problema consistesse nel disciplinarne gli effetti. Oggi quel presupposto inizia a vacillare. La domanda non è più soltanto come usare l'intelligenza artificiale in modo conforme ai principi dello Stato di diritto ma chi potrà accedere alle tecnologie più avanzate, a quali condizioni e sulla base di quali criteri.È qui che l'AI rivela la propria natura più profonda. Per lungo tempo è stata raccontata come tecnologia dell'efficienza: uno strumento per aumentare produttività, automatizzare processi, ridurre costi e migliorare decisioni. Oggi viene sempre più spesso discussa nei contesti della sicurezza nazionale, della resilienza cibernetica, della difesa, delle infrastrutture critiche e della competizione strategica tra potenze. La corsa ai semiconduttori avanzati, la costruzione di grandi data center, l'attenzione alla capacità computazionale e le preoccupazioni sull'uso offensivo dell'AI in ambito cyber sono tasselli di una stessa trasformazione: l'intelligenza artificiale sta cessando di essere percepita come semplice tecnologia e sta diventando infrastruttura strategica.Quando una tecnologia assume questa natura cambiano anche le logiche che ne governano la diffusione. Il mercato non scompare ma non è più l'unico criterio di allocazione. Entrano in gioco sicurezza, alleanze, politica industriale e interesse nazionale. È accaduto con energia, nucleare, telecomunicazioni e, più recentemente, semiconduttori. Potrebbe ora accadere con i modelli di frontiera. Con una differenza: l'intelligenza artificiale non riguarda un solo settore, ma tende a permeare industria, finanza, sanità, difesa, amministrazione pubblica informazione e ricerca scientifica. Controllarne l'accesso significa incidere sulle future infrastrutture cognitive della società.È su questo terreno che la questione diventa costituzionale oltre che economica. L'AI generativa non produce soltanto automazione; media il rapporto tra individui e conoscenza. Sempre più spesso non accediamo direttamente alle fonti ma attraverso sistemi che selezionano, sintetizzano, organizzano e reinterpretano contenuti. Per le democrazie costituzionali, costruite attorno al pluralismo delle fonti informative, ciò introduce una trasformazione: il potere non si esercita più solo sulla circolazione dei dati ma sulle condizioni di accesso al sapere.La sovranità digitale nasceva nell'epoca delle piattaforme e dei dati. Oggi appare in parte insufficiente. Nell'epoca dell'intelligenza artificiale il nodo è chi possiede non solo le informazioni ma anche i modelli capaci di trasformarle in conoscenza, previsione e decisione. Per questo si può iniziare a parlare di sovranità algoritmica come descrizione di una nuova configurazione del potere. Una sovranità che non si misura solo nella capacità di scrivere regole ma anche nella possibilità di accedere, comprendere e sviluppare le tecnologie che quelle regole sono chiamate a governare. Una sovranità che dipende da diritto, ricerca scientifica, industria, energia, capacità computazionale e alleanze geopolitiche.Per l'Europa è la sfida decisiva. Il cosiddetto Brussels Effect ha dimostrato che l'Unione può influenzare il comportamento degli operatori globali attraverso la forza delle sue norme. Ma l'AI mette in luce il limite di ogni strategia fondata solo sulla regolazione: le norme possono disciplinare una tecnologia, non crearne la capacità industriale; possono imporre obblighi, non generare infrastrutture computazionali; possono fissare criteri di trasparenza, non sostituire investimenti in ricerca, supercalcolo ed energia. Se l'accesso ai modelli più avanzati diventa una variabile geopolitica, la regolazione resta necessaria ma non basta più.La notizia del Financial Times va quindi letta non come un episodio isolato di cronaca tecnologica ma come il segnale di un possibile passaggio storico: dall'era della governance degli algoritmi all'era della governance dell'accesso agli algoritmi. Per anni ci siamo chiesti come governare l'intelligenza artificiale. Continueremo a doverlo fare. Ma la domanda che potrebbe definire i rapporti di forza del prossimo decennio è: chi controllerà l'accesso all'AI più avanzata? Dalla risposta dipenderà la competitività economica ma anche la distribuzione del potere cognitivo, strategico e democratico nelle società contemporanee.Oreste Pollicinoprofessore di Diritto Costituzionalee Regolamentazione dell'AIall'università Bocconie founder di Pollicino AIdvsiroy