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C’è un momento preciso in cui la geografia cessa di essere una fredda sequenza di coordinate e si trasforma in un atto di pura insolenza teatrale. Quel momento coincide con la fine dell’asfalto rassicurante della Tuscia viterbese e l’inizio di una passerella in cemento armato che si lancia nel vuoto, sfidando le leggi della fisica e del buon senso.
Davanti agli occhi, sospesa su un piedistallo di tufo, appare Civita di Bagnoregio. La chiamano «la città che muore» da quando lo scrittore Bonaventura Tecchi decise di battezzarla con questo epiteto indubbiamente poetico, ma che oggi suona quasi come una formidabile operazione di marketing ante litteram. Il borgo, infatti, non è mai stato così vivo, celebrato e fotografato, vittima e beneficiario di un paradosso tutto contemporaneo: la sua fragilità strutturale è diventata il motore immobile di un’attrazione globale.
Perché Civita di Bagnoregio è la «città che muore»









