Per anni il borgo è stato una parola, un fondale da cartolina, il luogo perfetto per una foto al tramonto. «Poi qualcosa è cambiato, non perché i piccoli centri siano improvvisamente diventati il futuro dei nostri Paesi, ma perché hanno ricominciato a essere osservati come laboratori dove sopravvivono forme di relazione, memorie, paesaggi e conoscenze che le città hanno spesso smarrito», spiega a L’Espresso Paul Canarelli, tra i leader mondiali dell’hôtellerie contemporanea del lusso, quello vero e senza sfarzi, anima e cuore del celebre Domaine de Murtoli, un albergo diffuso tra Sartène e Bonifacio con bergeries e residenze del XVII secolo restaurate nel più assoluto rispetto dell’architettura tradizionale corsa. «La riscoperta dei borghi non coincide necessariamente con il loro rilancio economico né con l’illusione di invertire decenni di spopolamento, ma col riconoscere che esiste un patrimonio fatto di stratificazioni culturali, architetture, dialetti, rituali, economie locali e paesaggi che va rispettato», precisa. «L’interesse crescente che artisti, fotografi, architetti e ricercatori mostrano nei confronti di questi territori racconta che la periferia geografica è diventata, paradossalmente, uno dei luoghi più fertili per comprendere il presente», aggiunge Canarelli che per ingegno e visione ricorda Daniele Kilgren, l’imprenditore che ha dato tanto a un piccolo paese abruzzese, Santo Stefano di Sessanio, aprendovi, quasi quaranta anni fa, l’albergo diffuso Sexantio, replicato poi a Matera e sul lago Kivu, al confine tra Congo e Rwanda. «Non sorprende allora che una parte dell’arte contemporanea abbia scelto di allontanarsi dalle grandi capitali culturali per misurarsi con realtà apparentemente marginali, perché nei borghi il tempo assume una densità diversa e un artista può lavorarvi senza limitarsi a occuparne lo scenario», spiega mentre mostra la sua nuova struttura, A Mandria, nascosta nella Valle dell’Ortolo. Se nel suo Domaine «il bello è ovunque anche quando non si vede», in Italia è ancora più evidente grazie a Una Boccata d’Arte, promosso dalla Fondazione Elpis (fondata nel 2020 da Marina Nissim) che porta 20 artisti in 20 borghi italiani, uno per ciascuna regione. Dopo centoquaranta interventi realizzati in sette anni, «il progetto ha trovato una propria identità, distante tanto dalla mostra diffusa quanto dalla semplice valorizzazione turistica», spiega l’imprenditrice e collezionista. «Ogni opera nasce da un periodo di permanenza sul territorio».Al centro della nuova edizione, fino al 4 ottobre, ci sono l’acqua, il patrimonio immateriale, il suono e il paesaggio. Ne emerge un’Italia meno prevedibile di quella raccontata con i borghi (pensiamo anche a Cortona che ospita fino a novembre la 16esima edizione di Cortona on the Move diretto da Renata Ferri) che restano quello che sono: luoghi attraversati da fragilità, trasformazioni demografiche, economie che cambiano, memorie che resistono. L’arte interviene, vero, ma così facendo rende visibili le relazioni che spesso sfuggono al nostro sguardo frettoloso.