Partiamo da una cosa semplice: il calcio non ferma le guerre. Non firma trattati, non disarma eserciti e non ricostruisce istituzioni. Eppure può contribuire alla pace. Può far incontrare persone divise da frontiere o ideologie; può creare uno spazio comune nel quale riconoscersi, almeno per novanta minuti, e non solo come avversari politici. Crea contatti, apre conversazioni, rende meno astratto il volto dell’altro. A volte produce anche piccoli gesti politici: restituire visibilità a comunità marginalizzate o offrire un linguaggio condiviso quando quello della diplomazia tradizionale sembra essersi inceppato.

È ciò che viene definito sports diplomacy: l’uso dello sport come strumento di relazione, dialogo e costruzione della fiducia. Le Nazioni Unite riconoscono al calcio la capacità di creare spazi di cooperazione e di favorire inclusione, solidarietà e rispetto reciproco. Ma proprio perché dispone di questo potere simbolico, il calcio può essere utilizzato anche nella direzione opposta, ed è qui che la diplomazia sportiva diventa peace-washing.

Negli ultimi tre Mondiali, la FIFA ha raccontato ogni torneo come un’occasione di apertura e incontro. Dietro questa narrazione, però, si è ripetuto spesso uno schema piuttosto diverso.