Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti all’Iran mostra i limiti delle sanzioni e sposta l’attenzione sulla Cina, vero perno della resilienza energetica di Teheran. Tra raffinerie dello Shandong, pagamenti in yuan e filiere parallele, emerge la strategia con cui Pechino costruisce influenza globale. L’analisi di Raffaele Volpi

La pressione economica sull’Iran ha superato da mesi la soglia della sanzione. Dopo l’offensiva di fine febbraio e la chiusura dello Stretto di Hormuz decisa da Teheran, gli Stati Uniti hanno scelto lo strumento più antico e più esplicito: il blocco navale, avviato il 13 aprile, sospeso durante la tregua di giugno e ripristinato il 14 luglio con venti unità da guerra e la facoltà di fermare, dirottare o sequestrare qualsiasi nave diretta ai porti iraniani, a prescindere dalla bandiera. È un passaggio che merita di essere letto per quello che è: il ricorso alla forza fisica per ottenere un risultato che la coercizione finanziaria, da sola, non aveva prodotto.

Questo è il primo dato analitico. Le sanzioni contro l’Iran hanno funzionato sul piano economico — hanno eroso le entrate, complicato l’accesso ai circuiti internazionali, alimentato inflazione e svalutazione — senza produrre l’esito politico perseguito. I sistemi autoritari trasferiscono i costi sulla popolazione, restringono gli spazi di libertà e utilizzano la minaccia esterna come risorsa di legittimazione interna. Quando l’economia viene impiegata come arma, il danno provocato non coincide necessariamente con il risultato strategico. Il blocco navale è, in questo senso, l’ammissione implicita di un limite.