Geopolitica economica. L’America ha modificato la strategia di condizionamento dell’Iran da quella del falco (pressione via distruzioni) a una del boa constrictor (soffocamento) via blocco navale delle partenze e arrivi nei porti iraniani e caccia con sequestro delle residue navi (commerciali) nemiche in mare aperto.
Siamo costretti a sforare il Patto di stabilità per l’alta evasione e l’incapacità di recuperare le imposte non versate, oltre all’eredità dei bonus edilizi e soprattutto del 110%, lasciati dai precedenti governi.
Le divisioni sulla crisi energetica provano che l’Unione rimane un comitato d’affari, che si aggrappa a zerovirgola e nemici esterni perché non ha legittimità democratica.
Morto un Orbán se n’è fatto quasi un altro, ma questo promette di non disturbare il manovratore europeo, fintantoché il manovratore europeo non disturberà lui. Così, adesso che Budapest ha messo via la mannaia dei veti, adesso che alle riunioni dei capi di governo, come ha scritto il polacco Donald Tusk, non ci sono più i russi a origliare per interposti ungheresi, l’Europa può finalmente guardarsi allo specchio. Per scoprire che il suo problema non era Orbán, bensì l’Europa stessa.
Se mi è concesso vorrei tornare sul carbone, giacché su esso, pur cruciale per il nostro benessere, v’è la convinzione diffusa che sia tra i peggiori mali del mondo.














