La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, in risposta all’operazione statunitense Epic Fury, ha evidenziato il valore strategico dei chokepoint marittimi per la sicurezza energetica globale. Teheran ha usato il controllo dello Stretto come leva di deterrenza e pressione economica. Al contempo, il corridoio ferroviario Teheran–Xi’an ha attenuato gli effetti sui traffici, confermando l’importanza di reti logistiche diversificate e resilienti. L’analisi di Simone Casoni (Geopolitica.info)
A seguito del lancio dell’operazione Epic Fury da parte degli Stati Uniti, finalizzata al ridimensionamento del programma nucleare iraniano, la Repubblica Islamica dell’Iran ha adottato una strategia orientata al contenimento della pressione esercitata da Washington. La serie di attacchi condotti dagli Stati Uniti ha indotto le autorità iraniane a prendere in considerazione una misura dalle potenziali conseguenze sistemiche per il mercato energetico globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Tale decisione ha consentito a Teheran di acquisire un significativo vantaggio strategico nei confronti degli Stati Uniti, sfruttando una delle principali vulnerabilità dell’economia energetica internazionale. Al contempo, tuttavia, il blocco dello Stretto ha determinato una sostanziale paralisi dei flussi energetici nell’area del Golfo Persico, regione che riveste un ruolo centrale nella produzione e nell’esportazione di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl). In considerazione della rilevanza strategica di tale passaggio marittimo per il commercio energetico mondiale, eventuali interruzioni della sua navigabilità sono suscettibili di produrre effetti significativi non soltanto sugli equilibri regionali, ma anche sulla stabilità dei mercati energetici internazionali.






