Ogni lettura è una prima lettura. Credo ci sia da rallegrarsi ogni qual volta uno studioso di scienze sociali si confronta con la letteratura. Quando il sociologo, nello specifico, fa i conti con le trame e i significati dei romanzi, mettendo in atto sia una sorta di autoanalisi nei propri confronti – la capacità di scrittura, l’arte delle metafore, lo sviluppo della sintassi, il bagno del pensiero nell’inchiostro: “Fare un passo accanto a sé e guardare a sé stessi con tutta la stranezza e meraviglia di questo mondo” –, sia una sfida verso tutti quei colleghi miscredenti che credono che lo studio della società faccia esclusivamente rima con numeri, percentuali, tabelle, algoritmi.

Certo, si tratta anche di una questione di capitale culturale di capacità di lettura, come approfondito l’altro giorno in radio. Non molti, infatti, leggono o hanno letto il “Don Chisciotte” ma tutti, o quasi, lo conoscono, credendo che simboleggi il vano combattimento del prode avventuriero spagnolo contro inesistenti cavalieri, che altro non sono che mulini a vento.

Così come la vicenda di Giulietta e Romeo è nota anche a chi non ha direttamente letto Shakespeare. E spesso, sin dai nostri primi innamoramenti, quei due amanti disgraziati stanno a rappresentare il modello per antonomasia dello struggimento.