“L’ennesimo assalto dei No Tav al cantiere di Chiomonte? Bisogna chiamare le cose col proprio nome: terrorismo. E applicare le norme di prevenzione e repressione che ne conseguono. Siamo tutti d’accordo che non siamo di fronte alle Brigate Rosse, ma si tratta di una forma di eversione più sottile, che non va a colpire obiettivi apparentemente politici, bensì un importante obiettivo di sviluppo economico industriale del paese”, dice al Foglio il magistrato Andrea Padalino, già pm a Torino. Fu lui ad avanzare per la prima volta a carico dei violenti No Tav l’ipotesi di terrorismo, poi non condivisa dalla Cassazione. “La magistratura si è mostrata troppo debole e ideologica”, aggiunge. “Campeggio a Chiomonte e attacco al cantiere. L’appuntamento dei No Tav di fine luglio è ormai diventato un tormentone annuale. E’ il loro modo di dimostrare di esistere”, afferma Andrea Padalino. Stavolta le violenze dei manifestanti hanno lasciato sul campo circa 130 agenti feriti e danni per un milione di euro. “I numeri delle violenze sono tornati a essere un po’ quelli di quindici anni fa e questo è molto preoccupante, perché negli ultimi anni erano diminuiti. Il punto è che se non si alza il livello di applicazione della legge e quindi non si chiamano le cose col loro nome, cioè terrorismo, si andrà avanti in questo modo ciclicamente”.Cosa comporta qualificare questi atti di violenza come terroristici? “Innanzitutto significa innalzare il livello normativo preventivo e sanzionatorio. Questo ha un effetto dissuasivo importante. Quando nella prima fase delle indagini sulle violenze No Tav del 2011 contestammo il reato di terrorismo guarda caso tutto si fermò. Gli assalti al cantiere sparirono quasi del tutto”, ricorda Padalino. “La norma che consente di contestare il reato di terrorismo c’è e non è solo quella che punisce l’esistenza di gruppi armati con finalità terroristica. C’è anche quella che riguarda le opere di interesse nazionale e il cantiere Tav è stato classificato come tale. La norma consente di ipotizzare il reato di terrorismo quando ci sono atti volti a impedire la realizzazione di opere di interesse nazionale o della Comunità europea – sottolinea Padalino –. Nel caso della Tav siamo di fronte a un’opera transnazionale realizzata anche con fondi europei e quindi ci sono tutti gli elementi per ipotizzare l’articolo 270-bis del codice penale”.Come spiega la reticenza della magistratura a contestare il reato di terrorismo? “C’è sia una sottovalutazione del problema sia un’interpretazione ideologica delle norme”, replica l’ex pm. “Ci sono magistrati che ritengono troppo pesante la contestazione del reato di terrorismo nei confronti di persone di giovane età. Purtroppo entrano in gioco vari meccanismi per cui si vive con lo stereotipo del terrorista brutto e cattivo dei tempi delle Br. Ma le persone che assaltano il cantiere Tav fanno esattamente le stesse cose, solo in un modo diverso, in un luogo diverso e con un obiettivo diverso. C’è però l’idea di eversione, cioè quella di colpire comunque una struttura dello stato considerata fondamentale per l’economia pubblica”.E’ noto, d’altronde, che alcuni magistrati, appartenenti alle correnti di sinistra come Magistratura democratica, una volta andati in pensione sono addirittura diventati consiglieri legali dei manifestanti coinvolti negli scontri. “Una parte della magistratura non intende avanzare oltre una certa soglia la pretesa punitiva”, ribadisce Padalino. “Dall’altro lato – prosegue – c’è una parte della politica che concorda con queste posizioni. Il risultato è che da noi il cantiere è militarizzato, mentre in Francia il cantiere è protetto da semplici reti verdi e qualche vigilante. Questo avviene perché in Francia i violenti non hanno l’appoggio politico che hanno in Italia. Non mi riferisco a un singolo partito, ma a una rete diffusa di solidarietà e tutela”.Per Padalino, l’esistenza di questa rete di protezione è dimostrata anche dalle vicende che hanno coinvolto chi si è opposto alle violenze dei No Tav, come l’ex senatore del Pd Stefano Esposito (strenuo sostenitore della linea Torino-Lione, improvvisamente coinvolto in una vicenda giudiziaria durata sette anni, dalla quale poi è stato prosciolto ma che lo ha estromesso dalla politica) e come Padalino stesso (tra i magistrati in prima linea nel contrasto alle violenze dei No Tav, anche lui travolto nel 2018 da un’inchiesta giudiziaria dalla quale è risultato assolto ma che ha stravolto la sua vita). “L’impressione è che chi tocca certi fili muore”, conclude Padalino.
"Quello dei No Tav è terrorismo. Ma la magistratura ha chiuso gli occhi". Parla il pm Padalino
"Gli atti violenti al cantiere di Chiomonte sono terrorismo. Bisogna applicare le norme di prevenzione e repressione che ne conseguono", dice Andrea Padalino, già pm a Torino. "La magistratura si è mostrata troppo debole e ideologica"










