C’è chi corre seguendo il ritmo dell’orologio, chi controlla il passo ogni poche centinaia di metri, chi interrompe la corsa soltanto per fotografare l’allenamento e condividerlo. Poco più in là una ragazza consulta il telefono prima ancora di bere un sorso d’acqua: vuole sapere se il sonno è stato sufficientemente ristoratore da autorizzare un allenamento intenso. Nel pomeriggio toccherà alla palestra. La sera, probabilmente, una cena ricca di proteine accuratamente pesate.
A prima vista sembra il ritratto della salute e forse lo è. Oppure no.
Perché il confine tra prendersi cura di sé e sentirsi costretti a farlo è molto più sottile di quanto immaginiamo. Per decenni la medicina e la salute pubblica hanno combattuto una battaglia precisa: convincere le persone ad abbandonare la sedentarietà. È stata una sfida necessaria. I benefici dell’attività fisica sono documentati da migliaia di studi e oggi nessuno mette in discussione il fatto che muoversi riduca il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, alcuni tumori e depressione.
Quella battaglia, almeno in parte, è stata vinta, correre è diventato normale, allenarsi è diventato desiderabile, mangiare sano è diventato un valore. Ma ogni cambiamento culturale produce effetti inattesi.






