Quando Marco Tardelli alzava le braccia al cielo di Madrid e rendeva immortale l’urlo del gol contro la Germania, in campo c’era anche Fulvio Collovati. Lui, uno degli eroi del Bernabeu, guarda con preoccupazione e tanta delusione la situazione che ora sta attraversando il calcio italiano. I campioni del mondo lo sono per tutta la vita, anche quando smettono di vestire la maglia azzurra, perché quei colori se li portano tatuati sempre addosso. Ecco perché anche adesso, in questo momento di sbandamento totale, Collovati prova a darsi delle risposte a quelle domande che ogni italiano si pone oramai da giorni.

Partiamo dal momento storico. «Da quello che ho sentito in 10 giorni sembrava che dovesse cambiare il mondo mentre mi rendo conto che tutto è rimasto come era prima. Prendi i nomi ma non cambi le riforme, quelle che farebbero bene innanzitutto al settore giovanile». Proviamo a rimettere insieme i pezzi di questo puzzle. «Allora, va fatta una premessa: non è in discussione la capacità sportiva di Maldini e Leonardo che sono dei fuoriclasse sotto tutti gli aspetti». E allora? «Fare il dirigente è un'altra cosa che fare il calciatore, seppur lo hai fatto a livelli altissimi come nel caso di Maldini e Leonardo». Perché?«Entrambi, infatti, hanno dimostrato in questa circostanza una enorme inesperienza commettendo delle ingenuità clamorose. Non per niente tanti dirigenti di altissimo livello non hanno mai fatto i calciatori, perché le due carriere non vanno obbligatoriamente a braccetto. Non per forza un ottimo calciatore sarà anche un ottimo dirigente. Sono stati commessi errori di inesperienza e mancanza di comunicazione». C’è una cosa che l’ha delusa di più? «La Nazionale merita a prescindere una prima scelta. Se poi questa fosse stata Pirlo a me sarebbe andata benissimo». Cosa vuole dire? «Se tu sei libero di scegliere chi vuoi e scegli Pirlo, non c’è alcun problema. Ma se hai nella testa Guardiola e poi hai nella testa Ancelotti vuol dire che Pirlo diventa una terza scelta. E la Nazionale non merita una terza scelta. Nel 2026, con i cellulari e tutti gli strumenti tecnologici che tutti conosciamo, non aspetti una risposta e vai a Barcellona per incontrare un allenatore cercando di convincerlo. Andare da Guardiola per farsi dire no non è bello per la Nazionale. Sarà che io ai miei tempi ero abituato a certi dirigenti che quando si muovevano non lo facevano mai a vuoto. Sono dati di fatto. Non sono critiche. Adesso sarebbe troppo facile criticare tutto». Poi però anche la “terza scelta” Pirlo si è rivelata un buco nell’acqua... «Anche qui ci sarebbe tanto da dire». Prego. «Il discorso della sponsorizzazione di Pirlo dovevi saperlo prima di metterlo anche solo nella short list dei possibili nomi. Detto che in assoluto a me non piace che entri in gioco la politica, ma un bravo dirigente deve sapere quello che aveva fatto Pirlo prima di proporlo». E adesso che si fa? «Rimango dell'idea che devi prendere un big. Quindi uno tra Conte o Mancini. Poi non so se rimarrà Maldini, ma non mi interessa. Il calcio non è fatto di nomi ma è fatto di certezze». Come ne esce Malagò da questa vicenda? «Posso essere sincero?». Deve. «Mi stupisco un pochino di Malagò. Perché conoscendolo mi meraviglio che non abbia preso in mano lui la situazione fin dal primo minuto. Prendiamo l’esempio della Francia o della Germania. Lì hanno affidato le panchine delle rispettive nazionali a due giganti come Klopp e Zidane senza dover ricorrere a 10 figure dirigenziali. Non si sono fatti troppi scrupoli». Quindi? «Malagò voleva affidare la panchina dell’Italia a Mancini? Poteva prenderlo e basta. Oppure si voleva fare un percorso diverso come ha fatto la Spagna con De la Fuente? Tenevi Baldini». Cosa è successo invece secondo lei? «Beh, evidentemente i piani e i progetti erano altri. Una cosa è certa: più persone si coinvolgono più casino si fa». Ora che succederà? «Onestamente sono preoccupato». Addirittura? «Eh sì. Perché qualche giorno fa ho sentito dire che il progetto era rivolto ai prossimi 10 anni. A me sembra un po' esagerato. Questo vuol dire che i ragazzi di 8 anni di adesso diventeranno calciatori a 18». Se la sente di mandare un messaggio agli italiani che sono spaesati davanti al tanto caos di questi ultimi frenetici giorni? «Che dire: pensiamo a ritornare quelli del 2006. Proviamo a dimenticare non solo i tre Mondiali ai quali non abbiamo partecipato, ma anche i precedenti due dai quali siamo usciti senza lasciare traccia già nella fase a gironi».