Nella regione etiope degli Afar, la sabbia è ormai così calda da bruciare la pelle dei cammelli quando si accovacciano. Gli occhi lacrimano, sulle zampe compaiono vesciche, il pelo si dirada nelle parti a contatto con il terreno. E il vento, quello che nel deserto dovrebbe almeno concedere un istante di sollievo, arriva carico dello stesso calore che solleva. Qui, ci sono storie emblematiche. Quella di Ali Umer, per esempio: alleva circa 500 cammelli nei pressi di Semera, in appena un mese ha perso 8 piccoli. Alla Bbc ha raccontato che le temperature degli ultimi anni non assomigliano più a quelle con cui lui e i suoi animali avevano imparato a convivere. “Il deserto è sempre stato estremo. – ha detto - Ora, però, sembra aver oltrepassato persino i limiti delle specie nate per abitarlo”. È qui che si incrina una delle metafore più solide del nostro immaginario: quella del cammello come “macchina biologica” affinata dall’evoluzione per risparmiare acqua, schermarsi dal sole e attraversare territori nei quali quasi ogni altra forma di allevamento diventa impossibile. In grado di lasciare oscillare la propria temperatura corporea nel corso della giornata, accumulando calore nelle ore più torride e disperdendolo durante la notte. Ancora: di limitare la sudorazione e proteggersi dalle radiazioni attraverso un mantello spesso. Caratteristiche che gli hanno consentito per secoli di affrontare temperature prossime ai 40 °C e lunghi periodi con poca acqua. Ma anche una fisiologia tanto sofisticata, a quanto pare, possiede una soglia.
Il deserto è diventato troppo caldo anche per i cammelli
Vesciche alle zampe, disidratazione, infezioni e un aumento della mortalità: nel Corno d’Africa e nel Sahara persino gli animali simbolo della resistenza al ca…










