Gli scontri interni sono la norma. Ma altra cosa è usare l’arma del voto segreto per fare quello che non si condivide. In estrema sintesi, è successo così sulla legge elettorale, quando nella seduta di martedì sera trenta franchi tiratori del centrodestra hanno affossato le preferenze care a Giorgia Meloni.
La cronaca: la premier da sempre ha una passione per il voto all’antica, chiamiamolo così, quando i cittadini indicavano sulla scheda delle Politiche il nome del candidato prescelto. Lo strumento, va detto, è sempre stato divisivo, tanto che nel tempo sono arrivate le liste bloccate. Ovvero, i futuri parlamentari – come accade oggi – vengono decisi a tavolino dai partiti, inserendoli nelle prime posizioni. Tutte le altre sono candidature di servizio, giusto per riempire la lista, ma senza alcuna speranza di arrivare alla Camera o al Senato.
Con il voto di martedì si sarebbe dovuti tornare al passato. Meloni, nei giorni precedenti al voto, aveva fatto arrivare un messaggio preciso agli alleati, chiedendo compattezza. La riforma elettorale, del resto, è entrata nell’agenda della maggioranza (sebbene cara anche alle opposizioni) dopo la batosta incassata dal centrodestra sulla riforma della giustizia, con il referendum bocciato dal 53,74% degli italiani. Meloni, allora, ci aveva messo la faccia, perdendo. Martedì il copione si è ripetuto. Peraltro: con la modifica delle regole sul voto, la coalizione si stava portando avanti nell’eventualità di un improvviso ritorno alle urne e per evitare, con il Rosatellum attuale, il rischio dell’ingovernabilità, visto che la legge non prevede premio di maggioranza. L’emendamento, in particolare, lo ha presentato il capogruppo di FdI a Montecitorio, Galeazzo Bignami.









