Dentro l’Ilva ci sono ancora 2.000 chili di amianto da smaltire e, se l’impianto tornasse a produrre ai massimi autorizzati dall’Aia, i livelli di polveri sottili come Pm2,5 e Pm10 supererebbero i limiti di sicurezza. Ed è, da un lato, cosa nota che l’amianto è “l’unica causa nota che provoca il tumore maligno alla pleura (mesotelioma da asbesto)”, che “si presenta in misura quattro volte superiore, rispetto all’atteso, nella popolazione di Taranto e Statte”. Dall’altro, l’Autorizzazione integrata ambientale “ha durata di dodici anni, e in mancanza di vincolo cogente tra i piani di decarbonizzazione e la prosecuzione dell’attività a ciclo integrale, l’attività potrà proseguire senza decarbonizzazione per altri dodici anni” non garantendo un abbattimento delle polveri sottili “entro limiti di sicurezza”.

Per questo la Sezione specializzata in materia d’impresa della Corte d’Appello di Milano, presieduta da Marianna Galioto, ha deciso che l’area a caldo dell’acciaieria di Taranto dovrà essere spenta tra 90 giorni e potrà ricominciare a produrre solo dopo la rimozione “integrale” dell’amianto e dopo aver “adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all’anno”. La decisione amplia i motivi dello stop entro il 24 agosto imposto dal Tribunale di Milano a febbraio: in primo grado, i giudici avevano dato ragione ai Genitori Tarantini solo sulle polveri sottili escludendo invece la richiesta di inibitoria relativa all’amianto.