Monica Frassoni, dopo i recenti scontri in Val di Susa, spiega che il progetto contestato “non è più la Tav”, ma una tratta per treni merci di dubbia utilità, con costi altissimi e tempi fumosi. D’altra parte, però, il movimento No Tav deve “espellere pubblicamente” le frange violente: “Chi lancia le bombe carta non è un alleato della causa”.

La notte tra il 25 e il 26 luglio la Val di Susa è tornata nella cronaca per le ragioni sbagliate. Tre ore di scontri, decine di incappucciati all'assalto dei cantieri di Chiomonte, Salbertrand e San Didero, mezzi dei carabinieri incendiati, una sessantina di agenti feriti. Il "decreto Sicurezza" varato dal governo a inizio anno, con fermi preventivi, Daspo e responsabilità civile per gli organizzatori, non ha impedito nulla: era stato presentato come risolutivo, e si è rivelato inefficace al primo vero banco di prova. Rimarrà da vedere che cosa nell'organizzazione delle forze dell'ordine e della loro azione non abbia funzionato.

Ma la cronaca degli scontri rischia di far passare in secondo piano la domanda che conta davvero: ha ancora senso, nel 2026, costruire la Torino-Lione? Non è più la Tav Il punto decisivo è che l'opera in costruzione oggi non è più quella per cui è nata la battaglia trent'anni fa. "Tav" sta per "treno ad alta velocità": la giustificazione originaria, quella con cui il progetto entrò nelle priorità europee nel 1994, era ridurre i tempi di viaggio dei passeggeri fra Torino e Lione. Oggi TELT, il soggetto che realizza l'opera, dichiara apertamente che la vocazione del tunnel non è la velocità dei passeggeri ma la capacità di carico delle merci: un tunnel pensato per far passare treni merci più lunghi, più pesanti e più larghi di quelli che la vecchia linea del Frejus, attiva dal 1871 e con pendenze fino al 30 per mille, può accogliere.