Nella visione trumpiana del mondo, che si applica anche al Medio Oriente, gli alleati non sono necessariamente duraturi. Gli alleati devono essere funzionali agli interessi nazionali. Sono alleati finché servono e per quanto servono. Agli Usa di Trump serve più l’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman o l’Israele di Benjamin Netanyhu? Domanda che, oggi, a Gerusalemme, molti si stanno ponendo. Con un comprensibile filo di preoccupazione. L’analisi dell’ambasciatore Stefano Stefanini
Classico Donald Trump. Alle prese con una guerra che non riesce né a vincere né a chiudere, tira fuori dal cappello l’Accordo US-Saudi 123. Al disaccordo nucleare con Teheran affianca l’accordo nucleare con Riad. Niente atomica a Teheran – non fa che ribadirlo essendo ormai quasi l’unica carta per giustificare la guerra all’Iran – ma centrali nucleari a Riad. Ad uso civile, certo, ma anche a condizioni particolarmente favorevoli: rinuncia alle garanzie più stringenti del Protocollo Aggiuntivo dell’Aiea; niente obbligo iraniano di riesportare il materiale fissile usato dalle centrali. Con affari miliardari per l’industria nucleare americana.
A posteriori, solo dopo le forti obiezioni israeliane, il Presidente americano aggiunge la condizione che Riad riconosca lo Stato di Israele. Che non avverrà in quanto l’Arabia Saudita non lo farà senza un “orizzonte di statualità” palestinese. Di questi tempi, con l’aria tossica fomentata dai coloni in Cisgiordania, a tre mesi e mezzo dalle elezioni, non si intravede molta statualità per la Palestina. Ma l’accordo 123 con l’Arabia Saudita andrà avanti lo stesso. Dando un segnale chiave: oggi, a Washington Riad conta quanto se non di più di Gerusalemme.









