Le ultime parole di Donald Trump sull’Iran hanno suscitato interrogativi, allarme, sconcerto o indignazione: l’ultimatum a Khamenei, la richiesta di una capitolazione o resa incondizionata, l’uso del pronome «noi» che allude a un coinvolgimento americano nella guerra. Non è chiaro quanto il presidente voglia solo appropriarsi di un successo che gli appare probabile, e quindi opportunisticamente salga sul carro del vincitore; se si prenda il merito di ciò che è già noto cioè l’importante sostegno militare fornito dagli Stati Uniti a Israele; oppure se stia per decidere un coinvolgimento più diretto.

Da un momento all’altro potremmo saperne di più. Intanto la Russia gli manda un avvertimento e un altolà, qualora l’interpretazione giusta sia l’ultima: ma Putin è troppo impegnato in Ucraina per poter far granché. In realtà sia la Russia sia la Cina stanno dando uno spettacolo d’impotenza. Quell’asse Pechino-Mosca-Teheran che ancora pochi mesi fa sembrava molto forte, oggi appare tutt’altro che invincibile.

Più sotto vi propongo l’intervento di un autorevole teorico della destra americana che può aiutare a decifrare Trump. Prima voglio situare il rapporto fra il 47esimo presidente degli Stati Uniti e Benjamin Netanyahu in un contesto storico. In questo frangente, come in altri, bisogna sempre distinguere fra lo stile di Trump e la sostanza. Lo stile è inusuale, irrituale, fracassante, eccetera. La sostanza: molto meno sconvolgente e dirompente di quanto sembri, ha invece solido agganci nella tradizione. L’allineamento stretto Usa-Israele compie 58 anni. Attribuire oggi una politica eccessivamente filo-israeliana a Trump, fa parte del vezzo ormai dilagante per cui tutto ciò che fa questo presidente deve essere «senza precedenti». In questo caso gli elementi di continuità abbondano.Un breve riepilogo storico. I primi presidenti a governare gli Stati Uniti dopo la nascita dello Stato d’Israele, il democratico Harry Truman e il repubblicano Dwight Eisenhower, mantennero una certa equidistanza fra la difesa della nuova nazione e gli interessi del mondo arabo. Vedi l’intervento «a gamba tesa» di Eisenhower nel 1956 per stoppare l’offensiva anglo-franco-israeliana contro l’Egitto di Nasser. APPROFONDISCI CON IL PODCASTLe cose cominciarono a cambiare sotto John Kennedy, ma fu con Lyndon Johnson che l’allineamento divenne la regola, durante e dopo la «guerra dei sei giorni» (1967). Il successore di Johnson, Richard Nixon, e il suo segretario di Stato Henry Kissinger, ebbero un ruolo decisivo per salvare militarmente Israele dopo i rovesci iniziali subiti nella guerra dello Yom Kippur (1973) contro una vasta coalizione araba. Il solco che si scavò con il mondo arabo contribuì a innescare l’embargo petrolifero dei paesi Opec e la prima crisi energetica, con cui gli allora nemici di Israele (tra i quali non figurava l’Iran, amico di Tel Aviv ai tempi dello Scià) vollero infliggere un prezzo all’America e ai suoi alleati. Dei tentativi di rendere la politica estera americana più autonoma da Israele ci furono sotto Jimmy Carter e Bill Clinton; ma l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 e la «guerra al terrore» dichiarata da George W. Bush portarono nuovamente a rinsaldare quell’alleanza.Un tentativo teorico assai autorevole di contestare l’asse America-Israele risale a un grande esponente della «destra realista» in geopolitica, John Mearsheimer. Lo definirei, per semplificare, un allievo di Henry Kissinger spostato più a destra. Mearsheimer non è una «colomba», non contesta il legame con Israele su basi pacifiste. È un realista estremo, favorevole a una politica estera che corrisponda ai veri interessi vitali degli Stati Uniti: la sicurezza, la libertà e la prosperità della nazione americana. Non è per forza un isolazionista, anche se le sue analisi possono portare a ridimensionare drasticamente gli impegni internazionali degli Stati Uniti.Un classico molto controverso di Mearsheimer, scritto a due mani con Stephen Walt, fu «La lobby israeliana e la politica estera degli Usa», pubblicato nel 2007. È una lettura interessante ancora oggi, malgrado tutto quel che è cambiato sia in America che in Medio Oriente. Il termine «lobby ebraica» è stato spesso usato da chi pratica l’antisemitismo. Può evocare i peggiori pregiudizi e stereotipi razzisti, l’idea di una congiura segreta con cui gli ebrei «ricchi e potenti» manipolano le sorti del mondo. Nel caso di quell’opera classica di Mearsheimer e Walt, però, l’accusa di antisemitismo è infondata. Tanto per cominciare, la loro definizione della «lobby ebraica» non ha nulla di etnico. Non descrive una lobby di ebrei, bensì una serie di gruppi e organizzazioni americane dove figurano anche tanti non ebrei, uniti da una certa visione del ruolo d’Israele e quindi della necessità di sostenere questo Stato in maniera pressoché incondizionata. Della «lobby ebraica» di Mearsheimer-Walt fanno parte, per esempio, molti cristiani evangelici, che hanno una loro motivazione biblica per sostenere il sionismo. Viceversa una parte cospicua della comunità di ebrei americani è su posizione critiche sia verso Israele sia verso l’appoggio incondizionato che riceve da Washington. In questo senso la «lobby ebraica» nell’accezione di Mearsheimer-Walt è una classica lobby (un gruppo di pressione organizzato). La sua natura, la sua organizzazione e il suo modo di agire sono per lo più trasparenti, alla luce del sole, come per la maggior parte delle lobby nel sistema politico americano: nessuna congiura, nessun complotto segreto.La critica di Mearsheimer è articolata, ne ricordo un aspetto. È l’aggettivo «incondizionato» che ricorre nel caratterizzare l’appoggio americano a Israele. Nessun altro paese al mondo riceve da Washington una quantità di aiuti lontanamente paragonabile. E si tratta di aiuti che gli Stati Uniti non sottopongono a condizioni nel vero senso di questa parola. Dagli anni Settanta in poi, non c’è mai stata un’Amministrazione Usa che abbia saputo o voluto utilizzare quegli aiuti come una leva, per piegare i governi israeliani alla propria volontà. Anche quando dei governi israeliani hanno fatto il contrario di quel che voleva Washington (per esempio sugli insediamenti illegali di coloni), gli aiuti hanno continuato ad arrivare. In questo senso l’appoggio a Israele non obbedisce a una regola fondamentale del realismo politico: una nazione deve condurre la politica estera in modo tale da difendere e promuovere i propri interessi, punto e basta. L’America secondo Mearsheimer ha sacrificato molti dei suoi interessi in Medio Oriente, si è alienata molte simpatie nel mondo arabo e anche in altre parti del Sud globale, senza ottenere in cambio dei benefici adeguati. Sorvolo per brevità sugli altri argomenti usati in quel classico saggio del 2007: la contestazione dell’asse privilegiato Usa-Israele in base a motivi morali, alla comunanza di valori democratici, o alla necessità di lottare insieme contro il terrorismo. In tutti questi casi Mearsheimer riconosce al tempo stesso una validità agli argomenti, ma li contesta in quanto parziali oppure superati. Per esempio non contesta certo il peso enorme e incancellabile dell’Olocausto, né mette in discussione il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele; però sostiene che rispetto alle origini nel 1948 oggi Israele è una ricca potenza in grado di difendersi, non ha bisogno del sostegno illimitato e incondizionato dell’America. Sulla credibilità dell’America come «superpotenza etica», portatrice di valori democratici, o sulla lotta al terrorismo, ritiene che l’aver dato spesso carta bianca ai governi di Tel Aviv non abbia giovato agli interessi degli Stati Uniti. Peraltro in quell’analisi del 2007 già abbondavano esempi in cui Israele si comportava in modo ben più disinvolto e spregiudicato nell’utilizzo della relazione speciale con gli Stati Uniti (vedi i casi-limite di spionaggio e cessione di tecnologie militari Usa alla Cina). Negli ultimi anni i flirt diplomatici tra Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin o Xi Jinping hanno accentuato questa asimmetria: il suo governo si è sentito molto meno vincolato dall’alleanza con l’America, di quanto l’America lo sia a lui.Trump non presta ascolto a queste voci critiche, ma neppure Biden lo fece. Dopo il 7 ottobre 2023, l’appoggio dell’Amministrazione Biden non è mai mancato a Netanyahu. Condito di critiche per l’azione a Gaza o per gli insediamenti di coloni in Cisgiordania (rilievi che Netanyahu ignorò), di esortazioni a rispettare i diritti umani, ma nei fatti Biden non negò mai nulla a Tel Aviv in termini di aiuto militare. Un atteggiamento molto diverso da quello che Biden tenne con Zelensky di fronte all’aggressione russa: all’Ucraina lesinò o rifiutò diverse tipologie di armamenti.D’altronde fu sotto l’Amministrazione Biden che le proteste filo-palestinesi raggiunsero le punte massime nei campus universitari americani. Non c’è uno strappo di Trump rispetto alla tradizione inaugurata nel 1967 dal democratico Lyndon Johnson, c’è solo un’inflessione verso la variante più filo-israeliana all’interno delle varie sfumature della politica estera Usa.Se Trump surclassa i suoi predecessori, pur uniti dall’appoggio a Israele, è perché Netanyahu si sta comportando ai suoi occhi come una specie di «alleato ideale». Un alleato che fa, proprio come ha detto il cancelliere tedesco Friederich Merz all’ultimo G7, «il lavoro sporco per conto nostro». Cioè porta avanti il tentativo più estremo di risolvere una questione iraniana che rimane come una piaga aperta dal 1979.Per capire la logica dell’asse Trump-Netanyahu vi propongo oggi questa lettura. È estratta da un’analisi di Oren Cass, economista tra i più autorevoli nella corrente di pensiero protezionista. Cass non è sempre d’accordo con quel che fa Trump, però è organico al suo mondo di riferimento. In questo intervento, inoltre, cita un altro esperto di area MAGA (Make America Great Again) sul Medio Oriente. Il commento di Cass s’intitola «Israele è l’alleato ideale per America First?» Eccovi la sua risposta a questo interrogativo, molto positiva e tuttavia contraria a un intervento militare diretto degli Usa (chissà se Trump lo ascolterà):«Non so come andrà a finire questa guerra tra Israele e Iran, anche se i primi segnali indicano che il Paese minacciato di eliminazione stia facendo molto meglio di quello che ha lanciato le minacce. So però che questo conflitto ha messo in luce in modo drammatico cosa significhi la fine dell’egemonia globale americana e l’avvento di una politica estera improntata all’«America First» per il rapporto degli Stati Uniti con i propri alleati. Molti commentatori rimasti ancorati al vecchio mondo sembrano confusi.Quindi la lettura consigliata della settimana è una rubrica pubblicata da Daniel McCarthy su *Compact*: “This Is Israel’s War”, che sottolinea un punto fondamentale:Ironia della sorte, molti oppositori del coinvolgimento americano nelle guerre in Medio Oriente condividono una premessa con i sostenitori dell’intervento. Entrambi partono dall’assunto che l’America possa e debba controllare gli eventi nella regione. [...] Ma questa linea di pensiero è sbagliata. Questa è la guerra di Israele, e la decisione di intraprenderla è stata presa esclusivamente da Israele. Gli Stati Uniti non hanno, né dovrebbero avere, un diritto di veto sulla politica estera di altri Paesi, anche se in certi casi i nostri interessi ci impongono di esercitare una certa influenza. In questo caso, il nostro interesse sta nello stare fuori da un conflitto che Israele è perfettamente in grado di vincere da solo.Vedete, l’intero ordine liberale globale costruito dai cosiddetti «Very Serious People» dell’apparato diplomatico si fonda su una serie di corollari, tutti derivati dall’assunto che gli Stati Uniti possano e debbano controllare gli eventi nel mondo. Il «possono» presume che la potenza americana sia talmente grande da garantire un’egemonia globale. Il «devono» presuppone che la stabilità globale, utile agli interessi americani, si preservi meglio se gli Stati Uniti tengono le redini ovunque e sempre.Se credete in questi assunti, sarete entusiasti del fatto che gli Stati Uniti si assumano l’onere di garantire la sicurezza degli alleati. Non solo tollerate il fatto che Germania e Giappone rifiutino di investire in proprie capacità militari sufficienti a scoraggiare Russia e Cina nei rispettivi teatri regionali, ma lo celebrate. … Avendo assunto la responsabilità della sicurezza altrui, gli Stati Uniti rivendicano il diritto corrispondente di dettare la politica estera degli altri. Gli altri Paesi, accettando il proprio status di Stati-clienti in cambio della difesa americana, non devono intraprendere azioni che implichino un intervento americano: sarebbe una pretesa irragionevole. E, in quanto Stati-clienti privi di capacità autonome, non possono agire in modo indipendente e devono quindi sottomettersi alle richieste statunitensi.C’è una coerenza interna, certo. Da questa prospettiva, qualsiasi cosa meno di una difesa totale dell’Ucraina contro l’aggressione russa è una negligenza imperdonabile, che rischia calamità inimmaginabili (e, in effetti, mai specificate). Allo stesso modo, gli Stati Uniti devono difendere Taiwan. Non adempiere a questi obblighi sarebbe una grave colpa morale e un errore strategico. Altri Paesi, pensando di non poter più contare sugli Stati Uniti, inizierebbero a ricostruire le proprie capacità. Potrebbero poi usarle in modi non allineati con gli interessi americani.Applicata al Medio Oriente, questa lente ha sempre fatto fatica a mettere Israele a fuoco. Sì, Israele beneficia significativamente dell’assistenza militare statunitense. Ma no, Israele non ha mai chiesto che fossero gli Stati Uniti ad assumersi la responsabilità primaria della sua sicurezza, né ha mai fatto affidamento su di essa. Al contrario, Israele ha sempre insistito per mantenere la propria capacità autonoma di difendere e promuovere i propri interessi, rifiutando in genere il dispiegamento di truppe americane nei suoi conflitti.Un osservatore razionale potrebbe guardare a questa situazione e pensare: ecco un vero alleato. Ma se la vostra concezione di alleanza è che tutti debbano consegnare i propri diritti e responsabilità agli Stati Uniti, questo vi manda ai matti. Un alleato, secondo l’apparato diplomatico, è qualcuno che fa ciò che gli dite di fare, presumibilmente perché «si fida» di voi ed è «allineato» con voi — in realtà, perché non ha scelta. Gli israeliani, questo promemoria non l’hanno mai ricevuto. E così, la loro libertà d’azione in un Medio Oriente che gli Stati Uniti sentivano il dovere di «stabilizzare», come sentivano di doverlo fare col mondo intero, è sempre stata un fastidio.Con questa prospettiva, la decisione di Israele di lanciare un attacco massiccio contro l’Iran proprio mentre gli Stati Uniti erano impegnati in negoziati, e dato che il presidente Trump è determinato a non impelagare il Paese in conflitti esteri, risulta scandalosa — e rappresenta una seria sfida per la coalizione MAGA. La domanda posta su *Politico* è: “Stiamo per assistere a una profonda spaccatura nella coalizione MAGA?” Il conflitto secondo quell’analisi ha concrete possibilità di spaccare la coalizione MAGA al suo interno. Trump ha fatto campagna “promettendo di porre fine a quello che la sua base ha sempre bollato come avventurismo militare americano, guidando la ribellione contro un establishment da sempre favorevole agli interventi internazionali”, scrive Rachael Bade di *Politico*. “Ora alcuni dei suoi più ferventi sostenitori temono che Israele abbia calpestato la sua capacità di mantenere quella promessa”.Ma questo è un problema solo se gli Stati Uniti ritengono che il loro compito e interesse sia mantenere la pace combattendo guerre in Medio Oriente. Non è questa la visione dell’amministrazione Trump. Una politica estera America First ridimensiona simultaneamente i diritti e le responsabilità che gli Stati Uniti rivendicano. Non avrebbe senso dichiarare che gli Stati Uniti non accorreranno più in difesa di tutti, ma pretendere comunque che tutti facciano ciò che vuole l’America. In effetti, una politica estera America First accoglie con favore l’approccio israeliano. Gli Stati Uniti devono sottolineare che non esiste una cifra magica di spesa per la difesa che dimostri che un Paese «sta facendo abbastanza». L’obiettivo non deve essere la divisione dell’onere, ma l’assunzione dell’onere. Il Giappone non deve mirare a spendere il 2% del PIL in difesa per poi farsi promettere che gli Stati Uniti lo difenderanno dalla Cina. La Germania non avrà fatto la sua parte portando le forze armate da 180.000 a 200.000 soldati — obiettivo già posticipato dal 2025 al 2031 e reso più distante dalla riduzione degli arruolamenti l’anno scorso. No: la spesa giapponese sarà sufficiente quando il Giappone si sentirà sicuro dalla Cina. Quella tedesca quando potrà scoraggiare con successo la Russia. Il modello, qui, dovrebbe essere Israele, l’alleato americano che di norma ci dice di restare a casa, che se la vede da solo, grazie tante. Israele destina una quota enorme del PIL alla difesa (oltre il 5% annuo, anche in assenza di conflitti attivi) e prevede la leva obbligatoria universale, non perché lo richieda un test politico, ma perché è ciò che serve a difendere Israele. Certo, gli Stati Uniti forniscono anche aiuti militari a Israele, soprattutto sotto forma di sistemi d’arma, ma si tratta di una frazione minima della spesa complessiva israeliana (meno di 4 miliardi su oltre 20) e nulla in confronto a quanto gli Stati Uniti spendono per la difesa dei propri alleati in Europa e nel Pacifico. Israele è anche un partner prezioso in campo tecnologico e d’intelligence.I neoconservatori desiderosi che Israele affrontasse l’Iran possono gioire: l’ha fatto. I sostenitori di una politica di contenimento, desiderosi che gli Stati Uniti si ritirassero dai conflitti in Medio Oriente, possono gioire: lo hanno fatto. Nessun problema.E come corollario di questo nuovo approccio, gli Stati Uniti hanno molte più probabilità di restare fuori dai conflitti in cui non vogliono essere coinvolti. L’idea che l’Iran possa o debba rispondere a un attacco israeliano colpendo basi americane ha perfettamente senso nella logica dell’egemonia americana, ma non ne ha alcuno se è Israele a lanciare un attacco per conto proprio.Basta leggere la dichiarazione del presidente della Camera Mike Johnson: "Israele ha deciso di agire per difendersi. Era chiaramente nel suo diritto farlo. L’Iran subirà gravi conseguenze se risponderà attaccando ingiustificatamente gli interessi statunitensi". Un mondo in cui Paesi i cui valori e interessi sono in linea con i nostri possiedono maggiore capacità d’azione autonoma con minore coinvolgimento americano può, alla fine, essere nell’interesse degli Stati Uniti. …Ricordiamo gli assunti alla base della difesa americana dell’ordine liberale mondiale: primo, che la potenza americana è talmente grande da permettere l’egemonia globale; secondo, che la stabilità globale a vantaggio degli interessi americani si preserva meglio se gli Stati Uniti dettano le regole ovunque. Nessuna di queste due cose è vera. La svolta dell’amministrazione Trump nasce in parte dalla necessità — la potenza americana non è più sufficiente a garantire un’egemonia globale, anche se fosse auspicabile. Ma nasce anche da una comprensione diversa, e forse più sana, di quali siano veramente gli interessi americani e di come promuoverli. America First non significa che gli Stati Uniti debbano perseguire i propri interessi imponendoli al resto del mondo. Significa, piuttosto, che gli Stati Uniti perseguiranno i propri interessi e, in parte, il modo migliore per farlo è lasciare che anche i loro alleati perseguano i propri. Questo non esclude le partnership. Ovviamente, gli Stati Uniti continueranno a sostenere Israele, come fanno con il Giappone o la Germania, anche partecipando ad azioni difensive a basso rischio, come l’abbattimento di missili balistici in arrivo. Questa è una scelta razionale per un’America più prudente e ha un ritorno sull’investimento molto alto, dato che preferisce che i propri alleati prevalgano. Ma la partnership non richiede il dominio. Certamente, sarà meno divertente per quei grandi strateghi che adoravano muovere i pezzi sulla scacchiera globale».