Pianti improvvisi, malinconia persistente, desiderio di rivedere più volte il film, ascolto compulsivo della musica e/o immersione nei contenuti social legati a Michael Jackson. Verrebbe da chiedere al dottore quanto sia grave, ma secondo il New York Times più di una patologia clinica è un fenomeno sociale: è stata chiamata «Michosis», dall’unione delle parole «Michael» e «Psychosis», ed è definita come un’ondata di tristezza e nostalgia innescata dalla visione di Michael, il biopic su Michael Jackson che ha fatto strage al botteghino e ci è voluto Ulisse per scalzarlo. È un termine nato sui social per uno stato emotivo fatto di tristezza intensa, nostalgia e quasi ossessione. Che insorgerebbe perché, da un alto, il film ricostruisce in modo molto vivido la carriera del Re del pop, riportandolo in vita sullo schermo; ma, allo stesso tempo ricorda agli spettatori che Michael è morto, facendo riemergere il lutto anche in coloro che l’avevano già elaborato.E chi viene colpito dalla «Michosis»? La risposta è sorprendente: non si tratta solo dei fan storici, ma anche di giovani che erano bambini o addirittura non erano ancora nati quando Jackson è morto.

Ogni biopic sui miti passati accende l’interesse anche in un pubblico nuovo e più giovane, e la nuova ondata di interesse per Michael Jackson sta riportando la star al centro della cultura pop di una generazione che non ha vissuto né il suo apice né i suoi processi. La Gen Z lo ascolta, lo balla, lo remix¬a. Ma, allo stesso tempo lo rimette sotto processo. I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. A 17 anni dalla morte, Jackson – che di dischi tradizionali si stima ne abbia venduti oltre 1 miliardo ed è di nuovo ai vertici delle nostre classifiche con le ristampe dei vinili – resta un colosso anche dello streaming: 102 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, più di 109 miliardi di stream complessivi stimati. E sui social la presenza è altrettanto significativa: l’hashtag #michaeljackson supera i 5,7 milioni di contenuti su TikTok.