Ventura

Le sanzioni non hanno fermato la guerra, né potevano farlo da sole. Ma hanno ridotto le entrate di Mosca, reso più difficile procurarsi componenti e tecnologie per l’industria militare e costretto il Cremlino a ricorrere a reti opache e triangolazioni.

Con il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, approvato giovedì, l’Unione europea conferma la volontà di continuare a colpire la sua macchina di guerra. Il pacchetto colpisce oltre duecento persone ed entità, tra cui banche, imprese e piattaforme legate alle criptovalute, e aggiunge nuove navi alla lista della flotta ombra. Il tetto al prezzo del petrolio russo è stato mantenuto per dodici mesi a 44,10 dollari al barile, per impedire che l’aumento dei prezzi internazionali si traduca in maggiori entrate per il Cremlino.

L’intesa, tuttavia, è stata faticosa. La Grecia ha difeso i propri armatori rispetto alle restrizioni sul trasporto di gas naturale liquefatto russo verso Paesi terzi, ottenendo una deroga. Altri governi, tra cui Francia, Germania, Italia, Austria e Portogallo, hanno espresso riserve o chiesto correzioni, alcune difficili da comprendere, su singole misure. Mentre si concludeva il negoziato sul pacchetto, dalla Germania è arrivata una decisione che mostra un’altra contraddizione europea. È stato autorizzato il progetto della francese Framatome, controllata dal gruppo EDF, con TVEL, controllata del gigante statale russo Rosatom, per produrre nello stabilimento di Lingen combustibile destinato a reattori di tecnologia russa ancora usati in Europa. L’obiettivo dichiarato è garantire in Europa combustibile compatibile con quei reattori, così da ridurre la dipendenza dalle forniture dirette di Mosca. Ma, per farlo, si continua a collaborare con un’azienda russa.