di
Maria Teresa Meli
Il no al meccanismo per evitare conflitti sul candidato premier
«Ma quale passo indietro, la strada non cambia, è sempre la stessa, il candidato premier o è chi guida il partito che prende più voti oppure lo si sceglie con le primarie». Elly Schlein risponde così ai dem che le chiedono lumi su quello che considerano l’ultimo esercizio di tafazzismo del centrosinistra. Quello di chi vorrebbe che la segretaria dem e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte rinunciassero alla disfida nei gazebo per accettare che l’alleanza si presenti alle Politiche non con un candidato premier, bensì con un nome di garanzia per tutto il Campo largo che, in caso di vittoria del centrosinistra, non aspirerebbe ad andare a Palazzo Chigi. Di nomi per un ruolo del genere ne girano tanti, tra cui quello di Pier Luigi Bersani (ma nessuno lo ha in realtà proposto al diretto interessato).
A un pezzo del Pd, composto da quelli che parteggiano per Conte e da chi teme che un non esaltante risultato della segretaria alle primarie porti a una flessione del Pd alle Politiche, l’idea non dispiace. Peccato che su questo fronte Schlein sia irremovibile. Sa benissimo che la storia del garante del Campo largo è solo un modo per sbarrarle il passo in caso di vittoria dell’alleanza dei progressisti. Del resto, quando la leader dem, nell’ultima direzione del partito, ha affermato che una parte dell’establishment italiano non la vuole a Palazzo Chigi, non si riferiva solo ai cosiddetti «poteri forti» (come quelli che di recente, a Milano, hanno voluto incontrare la sindaca di Genova Silvia Salis). No, Schlein aveva in mente anche quel pezzo della politica italiana che è diffidente nei suoi confronti. «Basta con tutti questi che vogliono muovere i fili come burattinai in ogni stagione del Pd», dicono nel cerchio stretto della segretaria.












