Il nuovo disco dei Nu Genea spazia dall’arabo al portoghese: «Per noi sono come strumenti»
Fin dai tempi del Canzoniere Napoletano, la musica partenopea ha sempre trovato terreno fertile all’estero. Se però un tempo era la melodia a conquistare gli stranieri, oggi sono i suoi ritmi, il groove, il funk. Lo dimostrano i Nu Genea, con un album cantato in cinque lingue, un tour europeo che li terrà impegnati per tutta l’estate e una doppia data all’Arena Flegrea l’11 e il 12 settembre. Lucio Aquilina e Massimo di Lena si sono conosciuti nel 2007. «Massimo aveva 16 anni, io 18» racconta Aquilina. «Eravamo due dj e produttori techno, vivevamo tra Napoli e Berlino». Qualche anno dopo, capiscono che la musica elettronica non li soddisfa più e decidono di allargare i propri orizzonti: uniscono le forze e danno vita al duo. «Al successo non ci pensavamo, è avvenuto tutto per caso» dice Di Lena. Ma con album come «Nuova Napoli» (2018) o «Bar Mediterraneo» (2022), in cui modernizzano le sonorità del funk partenopeo e italiano degli anni ‘70 e ‘80, conquistano un pubblico sempre più internazionale e si fanno notare anche in patria, arrivando a conquistare il disco d’oro. «La nostra città è da sempre una culla della civiltà e dell’arte, c’è tantissimo da cui attingere» riflette Di Lena. «Per questo cerchiamo di non scadere in facili stereotipi e cliché, ma di valorizzarne aspetti non scontati: dal teatro di strada alla poesia di De Filippo fino alla musica degli E’ Zesi».Questa operazione di scoperta e riscoperta prosegue anche nel nuovo album, «People of the Moon», uscito l’1 maggio scorso e frutto di un lavoro di tre anni. «All’inizio eravamo un po’ bloccati, ci sentivamo in dovere di soddisfare le aspettative» spiega Aquilina. «Abbiamo capito che i brani migliori uscivano quando ci lasciavamo andare senza pensare troppo, liberandoci delle pressioni “terrestri”: da lì il titolo». La luna rappresenta «una parte di noi, quella più pura e sincera» aggiunge Di Lena. «La società in cui viviamo ci costringe a impersonare un ruolo, è raro riuscire a essere davvero se stessi, rischiamo di chiuderci e diventare poco accoglienti». Questo disco, invece, è un’apertura totale al mondo. Ci sono brani in arabo come «Shway Shway», con la cantante libanese Celinatique; c’è l’energia dialettale napoletana di «Sciallà» e «Puleza» con la storica collaboratrice Fabiana Martone; l’aplomb britannico di Tom Misch (già sentito sui dischi di Michael Kiwanuka e De La Soul) in «Onenon»; e ancora, la rumba flamenca di María José Llergo per «Celavi». «Per noi la lingua è uno strumento musicale come gli altri: cerchiamo di trovare quello giusto per ogni canzone, e spesso ci riusciamo quasi per caso» riflette Di Lena. «Come per il brano in portoghese “Ondas do Mar”: il nostro percussionista brasiliano, Gabriel Prado, in studio passava tutto il tempo a canticchiare tra una sessione e l’altra. Era bravissimo, così gli abbiamo chiesto di cantare per noi». Anche nei live, l’istinto del momento gioca un ruolo fondamentale. «Sul palco con noi ci sono undici persone, tra cui tre cantanti, e cerchiamo di fare tutto dal vivo, alla vecchia maniera» dice Aquilina. «Diamo la possibilità alla band di improvvisare, ma anche di sbagliare» aggiunge Di Lena. «È proprio questo che amiamo della musica d’annata: i dischi troppo perfetti e artificiosi non ci sono mai piaciuti. Vogliamo lasciare spazio all’imprevisto».






