di Fabrizio Roncone

Per cause sempre diverse, la statua inizia inesorabilmente a sgretolarsi, finché tutto crolla in un fumo di scandalo e delusione. Adesso è toccato al giornalista conduttore di "Report"

È una patologia politica misteriosa. Non grave, certo. Però bizzarra e, per questo, affascinante. Il Campo largo ne soffre da tempo. È impossibile comprenderne le origini: ma sappiamo che è ciclica, e siamo in grado di dire come si sviluppa e poi deflagra. L’incubazione dura alcuni mesi: il tempo di scandagliare con cura i ranghi della società civile per individuare una persona da far diventare prima personaggio e, subito dopo, con adeguata narrazione, eroe. Il quale, di solito, resta però lassù giusto il tempo necessario per essere mitizzato. Poi – per cause sempre diverse– la statua inizia, inesorabilmente, a sgretolarsi, finché tutto crolla in un fumo di scandalo e delusione. Sigfrido Ranucci è l’ultimo finito nella polvere. Non entro nella spinosa vicenda giudiziaria: ma è chiaro che, lentamente, Ranucci aveva smesso d’essere un giornalista d’inchiesta e da una certa sinistra era stato trasformato in una madonna pellegrina del bene, del questo è giusto e questo è sbagliato, perché l’ha detto Ranucci, ci ha fatto una puntata intera di Report, con lui subito perfettamente nella parte, sempre con il dito alzato, un po’ rabdomante della verità e un po’, purtroppo, anche amico fraterno di un tipino come Valter Lavitola, noto – e pericoloso – faccendiere. Seguono strambe coincidenze. La bomba sotto casa di Ranucci. I sondaggi che subito Lavitola commissiona per capire se, a quel punto, il suo amico fosse diventato abbastanza famoso da poter diventare il nuovo capo del centrosinistra. Proprio. Addirittura. Ranucci, comunque, a Montecitorio non è nemmeno arrivato.