Si chiude a Roma sabato 25 il tour col quale i Tamango portano in giro una giusta ambizione di scompiglio in questa era di assoluta e irrefrenabile mediocrità. Lo show è pensato per promuovere il loro ultimo disco, che poi è anche il loro primo vero disco, intitolato con scarsissima fantasia “T’amango”, facendo diventare verbo quell’improbabile nome che verrebbe da un cocktail in uso in zona torinese dalla quale provengono. Sgangherati, caotici, i Tamango sono un inno anarchico alla gioiosa imperfezione, come un gruppo di avvinazzati disturbatori della notte, e sono tantissimi, una sorta di collettivo. Sono molto bravi, come devono essere tutti i provocatori degni di questo nome, sembrano figli sbilenchi di Frank Zappa e degli Skiantos, e ci tengono a non dire quanti sono, cinque o trenta non fa poi una così grande differenza. E il tour l’hanno chiamato “Rampallonata”, altra parola che non significa niente ma a sentire loro «è la parola che ci mancava per descrivere un sentimento che non sapevamo scrivere. Così ce la siamo inventata. Abbiamo rubato i suoni che ci davano il coraggio giusto e li abbiamo uniti in una parola, l’abbiamo prima sibilata lettera per lettera e poi gridata tutta intera: una pallonata, una puntonata, una gran pallonata, una Rampollonata». Chiaro? Fin troppo ovvio potremmo dire, e quindi il tour, per assonanza, l’hanno organizzato in stadi di periferia. Il disco risulta oltraggioso il giusto, suonato col furore creativo di chi fa quello che gli pare, regola che dovrebbe essere ovvia per chi fa musica, ma ovvia non è, soprattutto di questi tempi in cui vigono regole non scritte ma ferree su come i dischi si fanno o non si fanno. I pezzi cambiano, si alternano toni abissali, perfino intimi, a esagerazioni da collettivo nel quale sembra regnare una felice regia di gruppo. Ci si immagina assemblee, discussioni, impennate, cambi di linea, ma alla fine è tutto molto vitale, divertente, e questa irregolarità ha effetti potenti anche in relazione al nulla dominante. È una considerazione che a loro potrà sembrare riduttiva, ma è inevitabile. Il vuoto esalta la loro spudorata libertà, e quindi alla fine la cosa migliore e lasciare che siano loro stessi a dare una definizione di quello che sono, perché nel loro caso il comunicato stampa è interessante anche solo per il fatto di essere praticamente l’unico, in questi mesi, a non usare mai le parole “sold out”, “platino” e “streaming”, e quindi per una volta citiamo volentieri il comunicato originale. Chi sono dunque i Tamango? «Figli dei fiori della provincia, della musica a palla, delle poesie mai lette, scritte però, della perseveranza degli artisti giusti, del tempo di pensare, delle parole parole parole».