Può sembrar strano che appaia oggi in Italia, mentre infuriano devastanti guerre calde, un libro che fece scalpore: il voluminoso dossier della giornalista britannica Frances Stonor Saunders su “La guerra fredda culturale. Come la CIA ha influenzato l’immaginario europeo” (prefazione di Giovanni Fasanella, tr. Silvio Calzavarini, pp. 696, € 22). Uscì nel 1999 in Inghilterra e nel 2000 prese a circolare negli USA, con qualche ritocco e togliendo dal titolo il provocatorio interrogativo di copertina – “Who Paid the Piper?” (“Chi ha pagato il pifferaio?”). L’ironico riferimento era alla fiaba popolare del pifferaio magico di Hamelin, il quale calamitava con suoni incantevoli un visibilio di entusiasti seguaci. Allegoria maliziosa alla strategia messa a punto dalla CIA (Central Intelligence Agengy) per contrastare soprattutto in Europa la seduzione crescente del comunismo. La segretezza felpata dell’Intelligence contro l’agguerrita Intellighenzia avversa al capitalismo liberale. L’autrice disegna nel suo massiccio dossier una dettagliata mappa delle molteplici iniziative intraprese perlopiù sotto l’egida del Congress for Cultural Freedom (fondato a Berlino nel 1950) e/o la mediazione di Fondazioni quali la Ford Foundation. In inchieste del genere è necessario attenersi a due avvertenze di metodo. Sarebbe superficiale accomunare sotto un’unica strategia propagandistica le operazioni differenziate messe in atto. Sarebbe pure errato tratteggiare tutte le personalità che accettarono, consapevolmente o no, di agire in organi o eventi influenzati dalla “guerra fredda culturale” senza distinguere lo spessore specifico delle loro esperienze. E i due rischi sono nella sostanza evitati dall’informatissima Frances, che ha attinto a una vastità eccezionale di fonti e a lunghi colloqui. Alla base della fitta agenda del Congresso con sede a Parigi, organizzato dall’agente CIA Michael Josselson, estremamente dinamico fra il 1950 e il 1967, c’era l’intento di diffondere un’accezione di “comunismo” che non faceva distinzione fra impostazioni variamente declinate, versione stalinista di marca sovietica e impegno autentico di movimenti di ispirazione socialista. Operazione questa che ottenne un grande successo se perfino lo scorso 4 luglio il presidente Trump si è scagliato contro il “comunismo” identificandone i sostenitori con gli immigrati illegali, i criminali e tutti quelli che non hanno voglia di lavorare. Il concetto è rispolverato ad deterrendum, come accadde, ad esempio, per il giacobinismo o per lemmi allusivi a contrapposizioni irrevocabili. La conferenza del 1950 tenutasi a Berlino registrò una serie di presenze assai eterogenee. Uno dei promotori, Arthur Koestler, l’autore di “Buio a mezzogiorno”, proveniva, come molti altri dei partecipanti, da un’esperienza appassionata nelle file del partito comunista. Ma nel ‘38, davanti agli arresti di massa scatenati da Stalin, abbandonò ogni illusione e divenne una delle voci più critiche del regime in cui aveva creduto. Ignazio Silone che, con Nicola Chiaromonte, diresse “Tempo presente”, rivista finanziata dai dollari americani, fu anche lui a Berlino, forse ignorando il quadro generale in cui si trovava. Nel 1931 era stato espulso dal Partito comunista clandestino. Gli ex comunisti erano corteggiati perché protagonisti inquieti di un travaglio sofferto in prima persona. A scorrere la lista dei partecipanti all’appuntamento berlinese si incontrano figure dai destini divaricati. Dalla Francia arrivò Raymond Aron, dall’Inghilterra Bertrand Russel. Dall’Italia apparvero, tra gli altri, Benedetto Croce, Guido Piovene, Altiero Spinelli, Carlo Levi, Italo Calvino. Tra alti e bassi l’Associazione internazionale per la libertà della cultura fu attiva fino al gennaio 1979. Finanziò una ventina di periodici: il più importante e ufficioso “Encounter” in tenace contrasto con la sartriana “Les Temps modernes”. Fu appoggiata la pubblicazione di romanzi epocali, come “Il dottor Živago”. Non mancarono, a lato, pagine oscure, tra le quali il vergognoso maccartismo che imperversò tra il 1950 e il ’54 a Hollywood o, nel ’61, l’invasione anticastrista della baia dei Porci. Franca confessione quella di Stephen Spender, membro del Partito comunista inglese nel biennio 1936-1937 : «L’impulso fondamentale dei comunisti è rivolto […] ad applicare – motivò il suo abbandono – la teoria alla realtà. Il comunista vive felice in uno stato di grazia storico-materialista che, invece di fargli vedere gli alberi e non il bosco, gli fa vedere il bosco e non gli alberi». Parole fra le più autentiche fra quelle raccolte in “Testimonianze sul comunismo”, un testo chiave uscito per le foraggiate Edizioni di Comunità nel 1950, introdotto dal laburista Richard Crossman. «Il modo migliore per fare buona propaganda – fu il suo motto – è non far mai apparire che si sta facendo propaganda». Era l’idea-base della macchina inventata da Eisenhower: «Nella guerra fredda il nostro scopo non è – scandì accorto – conquistare o sottomettere con la forza un territorio. È più sottile, più pervasivo, più completo […], i mezzi che impiegheremo sono chiamati di frequente psicologici. Non ci si inquieti per questo termine: è solo una parola di cinque sillabe».
CIA mecenate d’arte
Torna in libreria l’indagine sulla rete di iniziative culturali con le quali, nel secondo dopoguerra, l’America ha influenzato l’immaginario europeo. È “La guer






