Half Man o del dolore senza uscita, senza redenzione o conforto alcuno: quarant’anni di legami spezzati e mascolinità tossica nella serie su Hbo Max

Il microfono in mano, il sorriso che si spacca a metà: Ruben sta per fare un discorso ad un pranzo di nozze, e chiunque abbia visto anche solo il trailer di Half Man sa che quel sorriso non arriverà alla fine della frase successiva senza incrinarsi in qualcosa di peggio. Non dirò cosa. Dirò solo che Richard Gadd, dopo Baby Reindeer, ha deciso di non concedersi nessuna scorciatoia verso la redenzione, e che il pubblico che si è affezionato al suo modo di raccontare l’orrore quotidiano ritroverà qui la stessa mano ferma sul bisturi.

La serie, sei episodi per BBC e HBO, visibile su HBO MAX, presentata in apertura al Canneseries 2026, segue Ruben e Niall dagli anni Ottanta a oggi: due ragazzi cresciuti come fratelli senza esserlo per sangue, uno spavaldo, bullo e magnetico, l’altro timido, in ritardo su tutto, compreso se stesso, ma fortemente intelligente. Il matrimonio di uno dei due, quarant’anni dopo, è l’innesco che rimanda tutto all’indietro, episodio dopo episodio, verso l’infanzia in cui quel legame ha preso la forma che poi si romperà. Non è uno spoiler dire che qualcosa si rompe: lo sappiamo dal primo minuto. È il come, e soprattutto il perché, a tenere in piedi sei ore di televisione che non concedono quasi mai sollievo.