«Perché non lo sentiamo? Perché non suona la sirena?». La domanda del terzo ufficiale Eugenio Giannini resta sospesa sulla plancia dell’Andrea Doria, l’ammiraglia che l’Italia del dopoguerra aveva costruito per tornare a mostrarsi al mondo. Sul radar la nave c’è. Davanti alle vetrate, invece, soltanto nebbia: uno spesso muro bianco eretto sull’Atlantico, a meno di duecento miglia da New York, proprio quando la parte più lunga del viaggio sembra ormai conclusa.Poi, nella foschia compare un chiarore. Subito dopo emergono due luci di posizione. La sagoma del piroscafo Stockholm prende forma all’improvviso, squarciando la nebbia. È già troppo vicino. Il comandante Piero Calamai ordina una brusca accostata a sinistra, nel disperato tentativo di evitarlo. Sulla nave svedese il terzo ufficiale comanda invece una virata a dritta e le macchine indietro tutta. Ma le due manovre, anziché allontanare i transatlantici, li portano uno verso l’altro. Sono da poco passate le 23.10 (le 4 di notte in Italia) del 25 luglio 1956.

IL CINQUANTESIMO VIAGGIOIn quella notte di 70 anni fa, al largo dell’Isola di Nantucket, nei saloni dell’Andrea Doria si festeggia la fine della traversata, mentre nel ventre del transatlantico fuochisti e macchinisti sudano alimentando i forni e le caldaie a vapore. In uno dei quattro cinema di bordo proiettano Foxfire, con Jane Russell e Jeff Chandler. E nel salone Belvedere l’orchestra ha appena concluso le note di Arrivederci Roma. Ai tavoli si gioca ancora a bridge, ma nei corridoi le valigie sono già allineate per la dogana. Molti passeggeri dormono, altri passeggiano sul ponte cercando nella nebbia i primi segnali dell’America.L’Andrea Doria è partita da Genova il 17 luglio per il suo cinquantunesimo viaggio verso New York. Ha fatto scalo a Cannes e Napoli, prima di entrare nell’Atlantico. A bordo ci sono 1.706 persone tra passeggeri ed equipaggio: uomini d’affari e artisti, famiglie italoamericane di ritorno dalle vacanze, emigranti diretti verso una nuova vita. Mancano ormai poche ore all’arrivo. Poi, arriva il colpo. Un lungo strappo di metallo.La prua del Stockholm, rinforzata per rompere i ghiacci del Baltico, entra quasi ad angolo retto nel fianco destro dell’Andrea Doria. Penetra nello scafo per diversi metri. Cabine, corridoi e paratie vengono squarciati come carta. L’acciaio si lacera con un rumore assordante. I tavoli si staccano dal pavimento, i bicchieri si infrangono, le valigie preparate per lo sbarco cominciano a scivolare lungo i corridoi.Per un istante interminabile le due navi rimangono incastrate l’una nell’altra. Quando finalmente si separano, nel fianco dell’Andrea Doria c’è una ferita enorme, spalancata sull’oceano.