Brescia – Per trentatré anni ha insegnato alle persone a prendersi cura del cuore. Oggi li accompagna davanti alla Vittoria Alata, tra il Capitolium ed il monastero di Santa Giulia, nel cuore della storia di Brescia. Cambia il luogo, non l'obiettivo: farle stare meglio. “Quando hai dedicato tutta la vita agli altri è difficile, per non dire impossibile, smettere di farlo di punto in bianco”. È da questa convinzione che nasce la seconda vita di Paolo Gei, già primario della Riabilitazione cardiologica degli Spedali Civili di Brescia.
Dopo la pensione, nel 2016, si è iscritto al corso di laurea in Lettere dell'Università Cattolica di Brescia, conseguendo nel 2021 la laurea con 110 e lode in indirizzo storico, artistico e archeologico. La sua tesi aveva un titolo che oggi suona quasi programmatico: "L'arte come terapia". La storia dell'arte lo ha sempre appassionato, ma c'è anche un'altra esperienza che ha contribuito a dare forma a quell'intuizione: quella di paziente. Gei è infatti un oncologico cronicizzato e conosce in prima persona cosa significhi convivere con una malattia. "La funzione primaria dell'arte è aiutare a vivere meglio – spiega –. Può diventare uno strumento prezioso per affrontare le fragilità umane, psicologiche ma anche fisiche”. Nella sua tesi ha raccolto studi che dimostrano come la fruizione dell'arte possa ridurre gli ormoni dello stress e aumentare quelli legati al benessere, con effetti positivi, tra gli altri, sui cardiopatici e sulle persone affette dal morbo di Parkinson.







