Sarà una rivoluzione copernicana, un altro mondo. Che poi era quello di trentaquattro anni fa. La reintroduzione delle preferenze stravolgerà le regole del gioco per i partiti e per i candidati, introducendo variabili non ancora calcolate che potrebbero persino mutare l’esito del voto.

Fare le addizioni per calcolare il risultato di chi vincerà l’anno prossimo la sfida per palazzo Chigi è al momento un esercizio inutile. Lo spiega uno studio elaborato da un esperto della materia del Pd, che in un documento ancora allo stato grezzo e da affinare mette in evidenza un dato: «Con le preferenze cambia il fattore di competitività elettorale delle forze politiche, soprattutto al Sud. E avvantaggia il centrodestra». L’elemento, finora «sottovalutato», per un verso prescinde dall’assenza dei collegi uninominali e delle liste bloccate, per l’altro è legato proprio alla loro scomparsa.

Sembra un rompicapo. In realtà basta leggere l’incipit del testo: «Le preferenze metteranno in moto le macchine elettorali che rimanevano ferme con gli altri sistemi di voto». E soprattutto nel Mezzogiorno «la sommatoria di quelle reti del consenso potrà fare la differenza nel risultato finale». C’è un motivo se lo studio si concentra sul Sud: in quei territori «l’indice di attribuzione delle preferenze» da parte degli elettori supera il 70%. Al Nord i votanti ne fanno (molto) meno uso. In più, proprio le preferenze inducono i cittadini del Meridione a spostarsi «con maggiore facilità» da un partito a un altro, ma anche da una coalizione all’altra.E se è vero che il Pd ha delle potenti macchine elettorali in Campania e Puglia, così come Forza Italia e FdI possono vantarle in Calabria e Sicilia, c'è un partito che — secondo il report — appare come un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro: il Movimento Cinquestelle. Persino la Lega ha ancora una certa forza in alcune aree meridionali. Basti pensare che in Calabria, grazie alle preferenze, alle Regionali ha conquistato il 15%, cinque volte di più del risultato ottenuto alle Politiche. Non a caso i parlamentari del Carroccio eletti nel Mezzogiorno hanno premuto su Matteo Salvini perché desse il via libera alla riforma così come aveva chiesto Giorgia Meloni.Il problema per M5S sarebbe «strutturale» se rapportato al consenso ottenuto alle elezioni del 2022, quando si consacrò per distacco primo partito al Sud. E «non sarebbe realistico» immaginare che i suoi alleati, anzitutto Pd ma anche Avs, possano drenare tutti i voti in libera uscita dal partito di Giuseppe Conte. Nel documento vengono riportati degli esempi a riguardo. Tra questi spicca l’analisi su Bari: la differenza tra il dato delle ultime Politiche (27,9%) e quello delle ultime Regionali (8,9%) è indicativo. E se lo Stabilicum è nato per assegnare il governo alla coalizione che prenderà un voto in più rispetto all’altra, si capisce la portata del cambiamento che produrrà la nuova legge elettorale.Questo non vuol dire che il risultato sia già scontato. Tutt’altro. Perché la vittoria di un rassemblement sull’altro sarà stavolta determinato dalla composizione delle liste. Un autorevole dirigente del centrodestra che ha dimestichezza con le preferenze per averle a lungo adoperate, spiega che «per spingere a pieno regime le macchine elettorali sarà decisivo candidare chi quelle macchine le governa»: consiglieri regionali, sindaci di grandi comuni, personalità che hanno presa sui territori. Candidati cioè capaci di spostare l’1-2% dei voti, facendo così saltare le previsioni.Sono cambiate le regole, «è come se fosse cambiato lo sport» c’è scritto a titolo esemplificativo nel documento redatto dall’esperto democratico. E per le forze politiche sarà difficile fare le liste, specie sotto la pressione di molti parlamentari uscenti: per quanto tutti vogliano viaggiare in prima, in pochi potranno contare sui biglietti omaggio concessi dai leader.Le nuove regole imporranno la loro forza specie su quei «partiti che sono strutturalmente deboli», conclude il report. Che evoca il Movimento Cinquestelle. Un problema che amplificherà gli altri problemi del Campo largo, a partire dall’indicazione del candidato premier. Con le primarie che i democratici vivono con terrore, perché se Elly Schlein non dovesse vincerle «per il Pd — sussurra uno dei suoi massimi dirigenti — sarebbe una disfatta che si ripercuoterebbe poi sul risultato elettorale». E allora fioriscono le proposte per figure di mediazione, «garanti» o «traghettatori» che siano. Ma questa è un’altra storia.