«Tra le battaglie femministe che pensavamo di aver vinto e che invece stiamo ancora combattendo c’è quella dell’aborto. Che in America non è più garantito: ho la sensazione che il patriarcato voglia riacquistare il terreno perduto, un prezzo davvero alto da pagare per il movimento del #MeToo». Jane Campion ha 72 anni e l’autorevolezza di una cineasta stimata in tutto il mondo, due volte premio Oscar per la regia di “Il potere del cane” e la sceneggiatura di “Lezioni di piano” (dopo il restauro in 4k riuscirà nelle sale statunitensi). Ha un rapporto privilegiato con l’Italia, dov’è tornata prima per essere premiata al Taormina Film Fest di cui era presidente di giuria, poi accolta da una folla in visibilio al Cinema in Piazza a Roma per aver presentato “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica. Visibilmente allergica ai giri di parole, la regista neozelandese parla senza filtri dietro un paio di occhiali neri simili a quelli di Martin Scorsese.Come vede cambiata negli anni la condizione femminile?«Oggi le donne guadagnano come mai prima d’ora. Hanno la loro carriera, i loro soldi e vogliono film che parlino a loro, non solo film Marvel di supereroi. Vogliono un loro cinema, e questo è un grande cambiamento, riscontrabile anche nelle serie tv. Donne in carriera e potenti stanno cambiando anche le condizioni a livello artistico, offrendo molte più opportunità alle registe. Questo cambiamento c’è e non sparirà, a meno che non ci dicano: “Dovete tornare a casa a badare ai figli”, oppure: “Togliamo il voto alle donne”. Ma speriamo davvero non accada, abbiamo fatto tanto per arrivare fin qui».Si è sempre sentita libera come artista?«Nel mio cuore sì, e ho avuto la fortuna di lavorare con persone che mi lasciavano ampi spazi. Se penso a “Lezioni di piano”, fu finanziato da produttori che prima erano costruttori di strade, facevano cemento, poi il capo di tutto andò a vedere “L’ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci e rimase sbalordito, così decise di dedicare parte della sua fortuna a realizzare film simili. Sceglievo chi volevo, senza dover parlare con nessuno, era come l’epoca d’oro dei Medici. Inoltre erano molto generosi con i profitti, siamo stati in grado di dividerli al 50-50, incredibile. Penso anche a quando quelli di Netflix sono stati molto generosi economicamente per il mio film “Il potere del cane”. Mi è stato davvero permesso di fare quello che volevo, al massimo c’erano professionisti che ci guardavano sul set per assicurarsi che non fossimo in vacanza, ma non c’era nessuno studio a dirci cosa fare o come».Mettiamo indietro gli orologi, nel 1993 usciva “Lezioni di piano”, che ebbe un successo inaspettato. Che ricordi ne ha?«La reazione del pubblico fu una sorpresa anche per me. Sentivo di aver realizzato un film d’autore che magari non molte persone avrebbero apprezzato – una lezione nella lezione: non sai mai davvero cosa stai facendo, quando giri un film. Il pubblico invece lo ha amato e vissuto in modo appassionato. Una volta andai in farmacia, la dottoressa dietro il bancone diceva quanto mi fosse profondamente grata, io rimasi sorpresa, spiazzata, non me l’aspettavo, non sapevo cosa dire. Sarà che sono neozelandese e noi non siamo così inclini ad accogliere le lodi, è un po’ imbarazzante per noi essere elogiati. E inaspettato, ribadisco: mentre giravamo il film pensavamo di fare qualcosa di fuori dal normale che però quasi nessuno avrebbe visto, una piccola cosa speciale che non avrebbe raggiunto tante persone. Ci sono voluti circa cinque anni perché capissi cosa fosse successo».Quando ci ripensa cosa prova?«Non mi soffermo mai a pensare a come sia andata una cosa, penso subito alla prossima. Trovo più utile cercare solo di fare un buon lavoro e concentrarmi su quello. Non è mai stata una mia ambizione vincere un Oscar, ma solo fare le cose bene, avvicinarmi ai film che ho visto e amato. Penso ai cineasti venuti prima di me e provo da sempre a fare il lavoro migliore che posso».È ancora severa con se stessa?«Molto. Sono critica verso le mie cose, penso sempre che avrei potuto, o dovuto, farlo meglio. Ci sono due o tre momenti in cui credo di essere stata brava in tutta la carriera».Uno immagino sia “Lezioni di piano, appena restaurato in 4K. Riuscirà in sala e continuerà a incontrare il pubblico.«Mi sento umile e grata nel sapere che il film ha ancora energia. A volte le pellicole invecchiano davvero male, ma avendo rivisto il film io stessa durante il processo di restauro, sono rimasta colpita da quanto sia coraggioso, anche grazie alla performance di Holly Hunter nei panni di Ada. L’idea di questa donna che non parli sembra ancora un messaggio forte sulla condizione femminile».Il film sbancò il botteghino. Al netto della qualità del film cos’altro funzionò?«Posso dire una cosa molto inquietante? Fu merito di Harvey Weinstein. Lui, come sappiamo, ha fatto delle cose davvero orribili, ma ha anche fatto delle cose grandi per il cinema, nel trovare pubblico e idee di marketing. Io con il marketing non ho mai avuto nulla a che fare, non saprei nemmeno da dove partire. Da regista consegni il film e speri vada tutto per il meglio. Alcuni film funzionano, altri per niente, e quando non funzionano passi un periodo piuttosto brutto. Se invece il pubblico li ama, diventa un periodo fantastico».Ha citato Holly Hunter, come fu invece lavorare con Harvey Keitel?«L’ho sempre visto come se fosse una migliore amica. Penso che dentro ogni bravo ragazzo ci sia una migliore amica con quella capacità di essere intimi, vicini e gentili. Harvey ha una facciata maschile piuttosto forte, può essere competitivo con altri maschi, ma ama le donne. È tenero, piange molto, è un attore brillante ma anche timido. All’inizio ne ero spaventata, aveva una certa reputazione e lavorato così tanto che pensavo: “Come farò a dirigere un attore così esperto?”. Ricordo ancora la telefonata per discuterne con lui, gli dissi: “Come faremo, Harvey? Io sono una nuova regista, sei sicuro che sul set vorrai fare quello che ti chiedo di fare?”.E lui?«Rispose: “Jane, possiamo fare un patto: lasciami mostrare quello che voglio fare in scena e quando sono soddisfatto di averlo fatto potrai chiedermi di fare qualsiasi cosa e io ci proverò”. Ho pensato fosse un buon patto, e l’abbiamo messo in pratica. Fu fedele alla sua parola, è un grande attore e da allora penso sia giusto capire che gli attori vogliono una possibilità prima che venga detto loro cosa fare, vogliono la chance di scoprirlo da soli, di avere quel momento di esplorazione del loro personaggio».C’è una cosa che ancora nessuno sa di quel film?«Forse che ero interessata a fare una sorta di “Cime tempestose” neozelandese, “Lezioni di piano” è stata la mia versione. Ovviamente nessuno può competere con Emily Brontë, ma sono stata ispirata dalle sorelle Brontë, voci femminili molto potenti. Non abbiamo molte voci per le donne andando indietro negli anni, eccetto nei romanzi».Lei senza dubbio è stata una pioniera, una regista in un momento in cui ce ne erano pochissime.«In Italia ce n’erano due, e sono anche le mie eroine: Lina Wertmüller e Liliana Cavani. Così audaci, così coraggiose che hanno fatto sentire coraggiosa anche me. Liliana ho avuto la gioia di incontrarla, ha superato i novant’anni eppure è ancora incredibilmente lucida e bellissima».Altro regista italiano che ha ammirato, tanto da aver presentato il suo film a Roma, è Vittorio De Sica.«Con “Il giardino dei Finzi Contini” ha fatto quello che ogni cineasta dovrebbe fare attraverso i suoi film: colpirti e arrivare al cuore e alla mente. È uno dei miei film preferiti in assoluto nella storia del cinema, accanto a “Il conformista” di Bertolucci. Mi fa venire voglia di tornare indietro nel tempo. È il grande potere del cinema, capace di trascinarci e portarci altrove. Trovo sia un film che resta dentro, che fa piangere, e io sono contenta se alla fine di un film piango. “Vedi, sono un essere umano”, mi dico. Ripenso al fatto che De Sica ha diretto quel film a 67 anni, la stessa età che avevo io quando ho realizzato “Il potere del cane”. Molti pensavano che il meglio lui lo avesse già fatto, una cosa che hanno detto anche di me».Parliamo del futuro, cosa può anticiparci?«Sto lavorando su un paio di progetti, uno teatrale e un musical, ma non posso parlarne. Mi piace invece raccontare di una scuola gratuita di cinema che ho realizzato grazie a Netflix in Nuova Zelanda. Era una scuola pop-up, ora è finita, ma è stato davvero bello e divertente farla. Ci tenevo che i ragazzi avessero la possibilità di sperimentare le condizioni che vivevo io da giovane, quando l’istruzione era gratuita e ci tenevano che le nuove generazioni avessero delle concrete opportunità. Si preoccupavano del fatto che non ci fossero registe donne e volevano vedere realizzato quel cambiamento, rendendosi conto che non era affatto giusto non avere voci femminili nel mondo. Ho amato far parte di una comunità, sento che il creare comunità oggi è davvero importante, essendo tutti così isolati».Quale consiglio darebbe a una giovane regista?«Non ho consigli da dare, penso che ognuna debba scoprire il suo percorso da sola. Come ho fatto io. Direi: “Ti auguro il meglio e non vedo l’ora di vedere il tuo lavoro”».