Mai nessun attacco aperto alle ambizioni egemoniche cinesi o americane...

Emanuele Pinelli

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Perché quasi tutti usiamo Google per fare ricerche, inviare e-mail, scaricare app e avere indicazioni stradali? “Perché le sue prestazioni sono eccellenti”, è la risposta istintiva. In parte, però, è vero il contrario: le prestazioni di Google sono eccellenti perché l’abbiamo nutrito con una mole sterminata di dati usando in massa i suoi prodotti. In particolare, man mano che Android diventava il sistema operativo preferenziale degli smartphone, l’azienda di Mountain View costringeva i rivenditori di smartphone a pre-installare Chrome, Maps, Play Store, Gmail e gli altri suoi servizi. Certo, in teoria non era vietato scaricarsi le app della concorrenza, ma di fatto l’immensa maggioranza dei clienti ha sempre creduto che comprare uno smartphone Android comportasse in automatico l’obbligo di usare quelle di Google.

Questo trucco si chiama “abuso di posizione dominante”, e il diritto europeo lo considera illecito. Così, nel 2018, la Commissione europea aveva multato il gigante del web per oltre 4 miliardi di euro. Ne è seguita un’estenuante battaglia legale che si è conclusa nelle aule della Corte di Giustizia Ue, con un verdetto che farà storia: la multa è confermata, e il monopolio di Google, per sopravvivere, dovrà fondarsi su basi più oneste. Possono sembrare pochi spiccioli di fronte ai 160 miliardi di profitto netto che Alphabet (così si chiama oggi la multinazionale) macina ogni anno. Ma la sentenza segna un precedente. Già altri tribunali, l’ultimo dei quali in Svezia, hanno chiesto risarcimenti multimiliardari per le pratiche sleali di Alphabet, ad esempio ai danni dei siti concorrenti che fanno confronto tra prezzi. Inoltre, dal 2022 sono entrati in vigore nell’Unione il Digital Markets Act e il Digital Services Act, che moltiplicano i possibili appigli per iniziative analoghe, con risarcimenti che possono prosciugare fino al 5% del fatturato mondiale dell’azienda.