Quando Bruxelles decide di imbracciare la clava delle sanzioni lo fa quasi sempre in ritardo sul presente e disarmata di fronte al futuro. Dopo la maxi multa a Google per oltre 4 miliardi relativa all’uso del sistema Android (il colosso americano ha già presentato ricorso), l’Europa rincara la dose con due nuove sanzioni per un totale di 890 milioni. Google, sostiene la Ue, ha violato la Legge sui mercati digitali (Digital Markets Act): in ballo le restrizioni imposte agli utenti nelle ricerche online (in particolare per voli, hotel e shopping) e le limitazioni per gli sviluppatori di app.
Per le commissarie Teresa Ribera e Henna Virkkunen le regole servono a restituire agli utenti «libertà di scelta e un’effettiva concorrenza». Sarà vero? L’Europa pur sbandierando principi nobili sembra essere sganciata dalla realtà: il mercato digitale dimostra quanto sia fragile la promessa di “libertà”.
Decenni di sanzioni miliardarie non hanno prodotto un singolo gigante tecnologico europeo capace di scalzare i gruppi americani. L’idea che rimuovere le scorciatoie di Google nei risultati per hotel o voli basti a far fiorire un’alternativa europea scambia la conseguenza con la causa: la mancanza di concorrenza non è colpa degli algoritmi di Mountain View ma dell’assenza strutturale di capitali, infrastrutture di calcolo e piattaforme capaci di fare scala a livello globale.











