di Andrea Galli

È la prima regione in Italia per le coltivazioni illegali, che vengono finanziate anche con l’assalto ai furgoni portavalori. Storia di un generale e di un colonnello dei carabinieri che, per contrastare i criminali, hanno recuperato le “vecchie” formazioni utilizzate contro il banditismo

L’odore si diffonde già, appena si scende dalla macchina, sulla strada di campagna, la terra e la polvere che si alzano nel caldo, intorno un panorama piatto di silenzi, prati incolti, cielo ampio; ma ancor prima arriva un guaito, un guaito flebile che quasi si spegne per gli sforzi.Subito fuori il paese di Uta, a mezz’ora da Cagliari, i carabinieri hanno chiuso quest’ex base della droga circondata da un perimetro di rete metallica e formata da serre per la coltivazione dello stupefacente, piante di cannabis di cui la Sardegna, con un’impressionante progressione e infatti eccoci qui, è diventata la prima regione in Italia per il numero delle coltivazioni stesse, la qualità del prodotto, le strategie criminal-imprenditoriali fra la logistica e la rete di acquirenti all’ingrosso in Lazio, Toscana e di recente, per le esportazioni dal nord, la Francia e la Liguria.Queste serre di Uta, paese di novemila abitanti, racconta il capitano dei carabinieri Luigi Di Costanzo, molto giovane, molto attento, che comanda la Compagnia di Iglesias, contenevano 30 mila piante in una fase avanzata della crescita, cioè ormai pronte per essere immesse sul mercato. Contando l’attuale e generico prezzo medio della vendita al dettaglio, la marijuana (ovvero una parte essiccata della pianta di cannabis, che è il nome botanico dell’arbusto), laddove piazzata avrebbe generato un guadagno di 24 milioni di euro.