Questo è il resto della nostra vita. È così, ed è tutto qui. Questo è il resto delle nostre vite. Ti cambia per sempre anche il solo fatto di assistere a questo tipo di violenza». Alaa Abd el Fattah non ha bisogno di spiegare perché il genocidio che Israele compie su Gaza ha cambiato irreversibilmente le nostre vite. E Gaza doveva per forza essere la calamita attorno alla quale concentrare una conversazione densa che si è inoltrata nelle ore trascorse assieme a Londra, il suo nuovo punto d’approdo dopo la liberazione dalle carceri egiziane, grazie all’essere anche cittadino britannico.Incontrare Alaa Abd el Fattah mentre è in corso «l’orrore» ha un sapore tutto particolare. Per un elemento, anzitutto. La nostra conversazione ha messo al centro la vita che ha ripreso il filo della libertà fuori dal carcere, le prime sensazioni di «estremo isolamento», la «gioia di essere nel mondo» ma anche «il senso di straniamento» che lo ha fatto sentire – allo stesso tempo – fuori. Fuori dal mondo in cui è finalmente rientrato. «La prima settimana di libertà non ho praticamente dormito. Ero sovrastimolato».Non è difficile immaginarlo. L’esistenza di Alaa Abd el Fattah, informatico, intellettuale, scrittore, è trascorsa nelle carceri egiziane per ben oltre un decennio, da prigioniero di coscienza. Alaa è l’anima della rivoluzione del 2011, tanto da essere stato definito a buon diritto il “Gramsci” d’Egitto, o forse il Gramsci arabo, per la sua capacità di comprensione, analisi, intuizione di quello che succede nella società e nella politica. La sua è un’analisi tagliente e profonda che va di pari passo con visione e strategia.Per questo è stato bersaglio di tutti i regimi egiziani, da quello di Hosni Mubarak alla breve presidenza dell’islamista Mohammed Morsi sino ad Abdel Fattah al Sisi. Ed è proprio all’inizio del regime di al-Sisi che Alaa Abd el Fattah comincia, nel 2014, il suo incubo in carcere, da cui è uscito solo nel settembre 2025 dopo l’ennesimo sciopero della fame di sua madre, la matematica e professoressa Laila Soueif, che ha messo a rischio la sua vita dopo che tutto sembrava perduto. Dopo, cioè, che il portone del carcere era rimasto sprangato, per Alaa, nonostante avesse finito di scontare altri cinque anni di carcere. Sentenze su sentenze contro un prigioniero politico, che Alaa ha raccontato nei suoi “quaderni dal carcere” (Non siete stati ancora sconfitti, hopefulmonster editore 2021), un condensato di storia di una generazione di rivoluzionari egiziani calata nell’incubo penitenziario, coniugata con riflessioni originali, una prosa altissima, e la passione per dignità e libertà.La prigionia è dunque parte di Alaa Abd el Fattah, ma non la sua camicia di forza.La prigionia la si intravede non solo nel suo corpo invecchiato, nel suo essere diventato un uomo di oltre quarant’anni. Piuttosto, nelle sue mosse accennate, in un suo sorriso contratto. Appena oltre la costrizione che ancora appare nei movimenti del corpo, ecco però emergere ciò che di Alaa Abd el Fattah sorprende, da sempre. Il suo sguardo che scarnifica il mondo: lo vede con estrema curiosità, lo indaga, e poi ne immagina le direzioni che prenderà nel tempo. Quello sguardo non l’ha mai perso neanche in cella. Su tutto, compreso il genocidio di Gaza, che è il centro attorno al quale tutto ruota. Ormai, in modo irreversibile.Gaza è quel «resto della nostra vita». È quel «così, ed è tutto qui». Alaa Abd el Fattah non ha bisogno, certo, di spiegarlo, il perché. Ma sono le pause nella conversazione, il suo fermarsi, prendere fiato, lasciare uno spiraglio silenzioso e pudico alla commozione, a dire la profondità di questo nostro essere cambiati.«Gaza è diventata lo spazio urbano densamente popolato a causa della nakba che ha cacciato la gente dalla maggior parte della Palestina e l’ha spinta, appunto, sulla costa meridionale. A Gaza. È allora che Gaza, la città, ha iniziato a svilupparsi in verticale». È successo dal 1948 in poi, dopo che la più ampia regione di Gaza è stata limitata, rinchiusa in una Striscia di appena 365 kmq.La città è l’obiettivo, dunque, di un orrore che mette al centro i palestinesi sottoposti da poco meno di tre anni a un attacco esistenziale e senza precedenti. Mette, però, anche noi di fronte alle nostre individuali e collettive responsabilità.«La mia lunga prigionia, in fondo, mi ha risparmiato questo peso. L’essere rinchiuso in carcere mi ha permesso di contenere il senso di colpa. Potevo riflettere sul significato dell’orrore, senza dovermi confrontare con l’orrore e, in questo modo, accettare la mia impotenza nell’agire».Poi, la libertà ha messo Alaa Abd el Fattah in una posizione diversa. «Non so se riusciremo a fermare questo orrore, ma una cosa è chiara. Noi ci stiamo avvicinando l’uno all’altro, mettendoci assieme in un modo che darà forma alle battaglie a venire».«Lo specchio in cui ci guardiamo sarà sempre e comunque intriso di narcisismo. Lo specchio di Biancaneve», dice Alaa. «Lo specchio che conta è, invece, quello che teniamo in mano perché l’altro ci si guardi. È che io ho anche bisogno di aggrapparmi agli altri e insieme agli altri affrontare l’orrore».Assieme agli altri. La riflessione di Alaa Abd el Fattah è spesso, molto spesso all’interno di un corpo collettivo. Mai sempre e solo individuale. «Ti cambia per sempre anche il solo fatto di assistere a questo tipo di violenza», dice su Gaza.Come? «Molte persone di diverse generazioni, etnie e classi sociali si incontrano ora per parlare, leggere, riflettere insieme e cercare di capire. Questa è, credo, la parte più affascinante: la difficoltà nell’immaginare come fermare questo orrore. E come tutti i punti di svolta della storia, i semi del movimento contro ciò che imperialismo e neoliberismo stanno facendo vengono piantati proprio oggi, durante queste guerre e questo genocidio».È una certezza che per Alaa Abd el Fattah arriva dall’esperienza della rivoluzione egiziana. «I momenti seminativi del cambiamento non li riconosci come tali. Eppure gran parte delle capacità che avrai in seguito è legata a quello che stai facendo ora. È molto difficile da comprendere e da spiegare. Io stesso me ne sono reso conto solo col senno di poi. Tutti i trionfi e tutti i limiti, tutte le piccole vittorie e le grandi sconfitte della rivoluzione egiziana e delle rivoluzioni arabe erano già in atto nel decennio precedente. Una volta che la rivoluzione è iniziata, siamo riusciti a malapena a stare al passo con le masse e con ciò che ci accadeva attorno».È lo stravolgimento della prospettiva, quello in cui siamo immersi. «Si costruisce qualcosa, ma non si ferma la guerra in sé. Quello che stiamo vivendo è qualcosa di fondamentale che ha imposto un cambiamento profondo nelle menti e nelle anime delle persone».Un genocidio. E un genocidio ti cambia per sempre. Mette in gioco tutto, le saldezze politiche anche in Europa. Mette in bilico i modi di (con)vivere. E, nel caso di Gaza, mette in gioco la città, l’archetipo stesso della convivenza umana: l’orrore, in questo caso, è anche un urbicidio. È la città, la realtà urbana il nemico da distruggere. A Gaza, ma anche a Tiro, a Beirut e a Teheran. E il primo urbicidio in Palestina, a pensarci bene, è avvenuto nel 1948 a Jaffa, la più importante città palestinese e il primo porto del Mediterraneo orientale.«Gli israeliani hanno semplicemente deciso che la città deve morire. La città deve semplicemente cessare di esistere», conclude Alaa, ricordando come proprio Gaza è divenuta, dopo il 1948, «la megalopoli della Palestina, l’unica».Città come corpo collettivo, dunque, che proprio per questo deve essere annullato, a Gaza. O punito, al Cairo. «Bisogna spezzare la contaminazione, le relazioni che modellano la città. È quello che succede nella città neoliberale. La gente è spinta, in Egitto, a trasferirsi nelle città satellite nel deserto, e ad abbandonare la città considerata marcia. La città che è perduta». È un movimento, però, che non riguarda tutto il Cairo, una megalopoli da 15, forse venti milioni di abitanti. Le città satellite sono costruite per ospitare non più di due milioni di persone, per spostarne dal Cairo una minima percentuale.«È però questa la cosa più spaventosa che si sta verificando, ora, in Egitto», spiega Alaa Abd el Fattah. «Non c’è spazio per la maggioranza. Non sono neanche interessati a sfruttarla, la maggioranza. Vogliono unicamente farla scomparire, vogliono che cessiamo di esistere. Stanno pianificando, sviluppando strategie come se, in qualche modo, noi semplicemente smettessimo di essere lì, nella città».Al Cairo, certo, perché Abd el Fattah pensa alla sua città. Ma è, nei fatti, l’esatta rappresentazione della dimensione urbana in tutta la sua storia plurimillenaria.«Sono tutte cose che fanno troppo rumore», chiosa Alaa. «Perché non può essere tutto com’è Dubai? È questo che si chiede il potere». Il sogno di Dubai, il sogno cioè dell’anti-città, si è infranto però sulla guerra che distrugge tutto, anche le città a misura di neoliberalismo. Nel frattempo, le città reali, le città-archetipo, le città che hanno percorso millenni diventano il vero bersaglio dell’urbicidio in atto sul Mediterraneo orientale. A cominciare da Gaza.
Dal genocidio nasce un nuovo antagonismo - Il colloquio con Alaa Abd el Fattah
È il Gramsci egiziano, una delle anime della Primavera araba, in cella per anni sotto al Sisi. Il suo pensiero è fisso sulla Palestina: “Gaza è il resto della n






