A distanza di 15 anni dalla strage di Utøya, le ansie sul declino identitario e la sfiducia nelle élite continuano a segnare il dibattito europeo. Tra la deriva eversiva del 2011 e la rappresentanza elettorale di oggi, le narrazioni del manifesto di Breivik sembrano ritrovare i propri echi nei linguaggi e nelle battaglie di Rassemblement National, AfD e Reform UK.
C'erano tende, magliette rosse, giovani che parlavano di politica, di futuro, di come cambiare il proprio Paese. Utøya era questo. Un campo estivo dell'AUF, l'organizzazione giovanile del Partito Laburista norvegese, dove centinaia di ragazze e ragazzi trascorrevano qualche giorno discutendo, imparando e immaginando il domani. Fino al 22 luglio 2011, quando quell'isola diventò il luogo in cui l'Europa comprese che un'ideologia può uccidere con la stessa precisione di un'arma. Quel giorno, infatti, il criminale neo nazista Anders Behring Breivik fece esplodere un'autobomba nel centro di Oslo e, poche ore dopo, si travestì da agente di polizia, salì in macchina, guidò fino al lago Tyrifjorden e prese il traghetto per sbarcare a Utøya, dove assassinò decine di giovani. Le vittime furono 77.
Insieme alla strage Breivik lasciò un manifesto di oltre millecinquecento pagine, 2083: A European Declaration of Independence. A distanza di anni, quel testo continua a essere studiato perché mostra fino a dove possano spingersi certe narrazioni quando diventano la giustificazione ideologica del terrore. È proprio intorno a quelle pagine che si apre infatti l'interrogativo più complesso e delicato: quali legami, quali echi e quali reali sovrapposizioni si possono rintracciare tra il testo di Breivik e la politica di oggi? Fino a che punto le paure raccontate nel manifesto del 2011 riaffiorano oggi nei programmi e nei linguaggi di forze come il Rassemblement National in Francia, Alternative für Deutschland in Germania o Reform UK nel Regno Unito, ma anche nel dibattito politico italiano sviluppatosi attorno alla figura di Roberto Vannacci? Come cambiano funzione e intensità quelle idee quando passano dai contesti radicali alla competizione democratica? E, soprattutto, dove passa il confine tra la legittima protesta politica e una retorica che rischia di deumanizzare l'avversario?














