La Nuova Zelanda sta progettando vasti interventi per modernizzare le proprie infrastrutture. Il Governo intende agire per ridurre le inefficienze che caratterizzano il settore, come dimostrato dal recente sversamento in mare, nella capitale Wellington, di settanta milioni di litri di acque reflue.

A febbraio, l’Esecutivo ha presentato un pacchetto di riforme finalizzato a superare il vecchio Resource Management Act (RMA), la legge sulla gestione ambientale considerata da parte dell’attuale maggioranza il principale ostacolo alla crescita economica della nazione. Al suo posto, sono stati presentati il Planning Bill e il Natural Environment Bill. La filosofia alla base della riforma è quella di separare la pianificazione urbana dalla tutela ambientale, con l’obiettivo di rendere entrambi gli ambiti più efficaci.

Secondo i dati della Commissione per le Infrastrutture, oggi un costruttore sostiene mediamente costi pari a 720 milioni di euro all’anno per l’ottenimento delle autorizzazioni necessarie alla realizzazione dei progetti, con costi aumentati del 70% e tempi di approvazione cresciuti del 150% rispetto a dieci anni fa. La riforma promette di ridurre fino al 46% delle richieste burocratiche superflue (circa 20.000 l’anno), con un impatto stimato sulla crescita del PIL pari allo 0,56% entro il 2050.