Pavia. ]Dal Fortunati, ai discorsi con il Pavia Calcio 1911 fino al ritorno in Via Stafforini: il ds dell’Ac Pavia Federico Manzo racconta le ultime intense settimane biancazzurre. Direttore, come avete vissuto la questione del bando di gestione dello stadio? «Abbiamo vissuto l'esito del bando comunale con estrema serenità, ma anche con il forte senso di responsabilità che dobbiamo alla nostra gente. Partecipare era un atto dovuto verso una tifoseria che ci sostiene in modo incredibile». L’idea di ottenere lo stadio è sempre stata un’utopia o in alcune fasi è esistita una possibilità concreta? «Sapevamo che avremmo perso. Siamo nati come Ac Pavia da solo un anno e dobbiamo ancora strutturarci per competere ad armi pari. Ci aspettavamo però un bando diverso da parte del Comune, magari con una doppia assegnazione o con una prelazione per l’affitto». Il dialogo nato tra AC Pavia e Pavia Calcio 1911 “post bando” non ha portato i risultati sperati. L’accordo di convivenza al Fortunati è saltato solo per questioni economiche? Di che cifre stiamo parlando? «Il dialogo continua e ha già dato risultati eccezionali nei playoff di maggio. Ora le trattative sono ferme perché la richiesta economica è incongrua rispetto a quanto dovrebbe costare una partita allo stadio Fortunati. Riteniamo che ci sia una cifra trattabile e adeguata per poter disputare una partita ogni due settimane allo stadio. Non ci muoveremo da questa posizione: nel caso in cui la proposta non verrà accettata, giocheremo sul nostro campo in via Stafforini. Le cifre restano dettagli interni alle trattative, ciò che conta è la tutela del nostro progetto». Con il Pavia 1911 siete rimasti in buoni rapporti? «Da parte nostra c'è e ci sarà sempre il massimo rispetto verso tutte le realtà del territorio, incluso il Pavia Calcio 1911. Il calcio deve unire, non dividere». Il dg del Pavia Calcio 1911, Antonio Dieni, ha dichiarato che l’AC Pavia non esiste e che un logo non può rappresentare la storia di una società. Vi ha infastidito sentire certe frasi? «Più che infastiditi, siamo sorpresi. Come dirigenza crediamo che il dg Dieni sbagli ponendo l'attenzione solo sulla matricola, un aspetto che alla gente interessa poco. Ci sono centinaia di tifosi che ogni domenica si riconoscono nei nostri colori. Un logo non è solo un disegno: racchiude passione, identità e un'appartenenza che si tramanda da generazioni, di padre in figlio. La nostra esistenza è certificata dai fatti e dall'affetto della città. Le parole lasciano il tempo che trovano: la tradizione è ciò che conta davvero, molto più di una carta federale». Vi sentite di rappresentare una realtà storica a Pavia? «Noi ci sentiamo di rappresentare un'importante realtà storica calcistica di Pavia. Ce lo dice la nostra identità e il legame viscerale con la città. Poi ognuno è libero di tifare la squadra che più lo rappresenta». Quanto siete orgogliosi dei vostri tifosi? «Siamo immensamente orgogliosi dei nostri tifosi, sono eccezionali. Ci sostengono, ci appoggiano e ci stanno dando una grande mano con molte iniziative sociali, perché per noi non esiste solo il calcio».