Lo studio analizza l’impatto reale della guerra incrociando i dati del Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA) condotto da Banca Mondiale, Ue e Onu nell’aprile del 2026 con statistiche fornite da diversi organismi palestinesi, e non si limita a una stima dei danni ma ne descrive l’impatto e che questi hanno sulla società e sulla vita quotidiana delle famiglie. La distruzione diffusa e le macerie lasciate dai bombardamenti, ad esempio, hanno aumentato le barriere architettoniche per le persone con disabilità, che in questo modo sono condannate all’isolamento. A Gaza oltre 50mila persone necessitano attualmente di riabilitazione a lungo termine e si stima che l’83% delle persone con disabilità non possa fare affidamento su una qualche forma di assistenza. Molti di loro vivono in tende o rifugi costruiti per ospitare 2mila persone ma che arrivano a contenerne anche 20mila. Nei campi un unico bagno può essere condiviso anche da 650 persone. Negli ospedali la carenza di anestetici e antidolorifici ha delle conseguenze drammatiche sulla salute materna e neonatale, con donne spesso costrette a partorire senza l’ausilio di farmaci. Donne che non hanno un’occupazione e quindi indipendenza economica (la disoccupazione femminile è al 92%, quella maschile all’80%) e sulle quali oggi ricade tutto il lavoro di cura non retribuito. Questo significa mettersi in fila all’alba ogni giorno per procurarsi l’acqua potabile, cucinare su fuochi a legna o bruciando rifiuti, assistere i figli, i feriti e le persone mutilate. Inoltre la distruzione di case e lo sfollamento forzato ha sfaldato le reti familiari e di quartiere che potevano dare supporto.