Fuori è diventata una vicenda politica. Dentro al palazzo, il fascicolo, invece, resta un’inchiesta di capitali mafiosi. E le due cose, a un certo punto, si sono incrociate. La decisione della giunta per le autorizzazioni della Camera di negare l’acquisizione delle chat di Mauro Caroccia — un diniego che con ogni probabilità sarà confermato anche dall’Aula — rallenta il passo dell’inchiesta della procura di Roma.

Perché la “collaborazione” auspicata dal procuratore Francesco Lo Voi lo scorso 4 giugno, durante un evento organizzato dai carabinieri, alla fine non è arrivata.

Non una parola da piazzale Clodio. Nessun commento, nessuna polemica. È un silenzio significativo. Perché basta osservare come cambia il fascicolo per capire che qualcosa è successo. Chi frequenta quegli uffici non sente sfoghi né recriminazioni. Piuttosto una consapevolezza evidente. Le indagini arrivano quasi sempre dove devono arrivare. Solo che, qualche volta, la strada si allunga. E quando succede in un’inchiesta di mafia, ogni giorno pesa.

Non è cosa di poco conto. Per i magistrati quei messaggi non erano un dettaglio procedurale, ma uno degli strumenti per ricostruire il percorso del denaro che, secondo l’accusa, dal clan Senese sarebbe arrivato fino alla Bisteccheria d’Italia, il ristorante fondato dal ristoratore insieme all’ex sottosegretario Andrea Delmastro e ad altri esponenti di Fratelli d’Italia.