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Guido Olimpio

Per il tycoon l’Arabia di Bin Salman resta più un cliente che un alleato

Una lunga marcia ha portato i sauditi verso la meta nucleare. Un percorso costellato di rifiuti, pressioni, trattative da bazar. Alla fine, l’intesa è arrivata e non è un caso che lo sia grazie a Donald Trump, poco paziente con la diplomazia ma attento agli affari. Il presidente non ha mai nascosto di considerare il regno un cliente piuttosto che un alleato, una visione ribadita anche in modo colorito nei confronti del partner. E ha trovato la chiave per assecondare una richiesta partita da lontano.

Prudenza inizialeIl principe Mohammed Bin Salman lo ha dichiarato spesso: se l’Iran arriva alla Bomba, lo faremo anche noi. Un’affermazione ad accompagnare i ripetuti contatti con gli Usa riguardanti lo sviluppo di un programma atomico civile. Infatti, i sauditi hanno bussato più volte alla porta di Washington incontrando reazioni più che prudenti. Gli Stati Uniti hanno tergiversato. C’era la questione iraniana aperta, erano forti le pressioni israeliane per un no, esisteva (ed esiste) il timore di favorire la proliferazione in una regione esplosiva, al Congresso erano molti i parlamentari poco propensi ad appoggiare il disegno strategico saudita. Però dovevano tener conto dei rapporti con l’Arabia, perno della presenza militare nel Golfo e socio rilevante. Nel tentativo di trovare una soluzione gli americani hanno proposto, già nel 2020, un baratto: in cambio della collaborazione nucleare, Riad doveva finalmente riconoscere in modo ufficiale lo Stato di Israele.