Max era un Labrador Retriever di sette anni. Era il beniamino della famiglia: sempre allegro, affettuoso, pronto ad accogliere chiunque entrasse in casa con una coda instancabile e uno sguardo che sembrava chiedere continuamente attenzioni.
E soprattutto, cibo.
Bastava che qualcuno aprisse il frigorifero perché Max comparisse immediatamente in cucina. Se i bambini facevano merenda, lui si sedeva davanti a loro con gli occhi spalancati. Se la nonna preparava il pranzo, era lì ad aspettare un pezzetto di formaggio. Se qualcuno mangiava sul divano, Max era il primo ad arrivare.
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Nessuno riusciva a dirgli di no: «È così dolce quando ci guarda», «Un biscottino non gli farà male», «Poverino, sembra sempre affamato» erano le frasi degli umani per giustificare più la propria auto-gratificazione che il benessere dell’animale.






