A Casina la 60a Fiera con il Palio: in piazza 42 caseifici
Reggio Emilia, 22 lug. (askanews) – Un formaggio che tiene in vita la montagna. Sull’Appennino emiliano il Parmigiano Reggiano non è solo un’eccellenza da tavola: è l’economia che impedisce a colline e borghi di svuotarsi. E i numeri dicono che la scommessa sta funzionando: oggi più di una forma su cinque nasce in quota, e la produzione continua a crescere. Un valore aggiunto per tutta la Dop.
“La produzione di Parmigiano in montagna è essenziale per mantenere l’attività produttiva in montagna e quindi avere un presidio dell’uomo dei territori montani – spiega il presidente del Consorzio Parmigiano Reggiano, Nicola Bertinelli -. Se non ci fosse il Parmigiano queste colline, queste montagne non sarebbero coltivate, non ci sarebbero attività produttive, non ci sarebbe neanche la presenza dell’uomo e quindi la cura del territorio. Il Parmigiano Reggiano è uno strumento che permette non solo di fare economia, ma di dare anche un valore sociale con delle esternalità positive, perché dove le acque non sono governate, l’abbiamo già sperimentato, le montagne scendono a valle”.
I numeri raccontano una montagna in salute: nel 2025 gli 82 caseifici d’Appennino hanno superato le 921.000 forme, il 4,2% in più in un anno, con 785 allevatori e 436.000 tonnellate di latte. Un patrimonio che non ha eguali in Italia. “Il latte prodotto e trasformato in montagna – ricorda il direttore del Consorzio, Riccardo Deserti – rende il Parmigiano Reggiano la Dop di montagna più importante d’Italia, nel senso che le dimensioni assolute sono ben superiori a quelle di altri formaggi molto noti come la Fontina, l’Asiago, lo Stelvio. Questo non va confuso con un’accezione negativa dimensionale. In questo caso grande è bello: grande vuol dire che abbiamo quasi 800 allevatori che rimangono legati al territorio, coltivano ettari di colture foraggere e allevano le mucche. Questo vuol dire essere presenti, presidiare il territorio e dare esternalità positive, paesaggistiche ma anche economiche, all’intera collettività della dorsale appenninica”.









