C’è una situazione ricorrente, al limite del paradosso, nelle vicende del Pd, la cui frequenza si è intensificata soprattutto da quando è nata la suggestione del «campo largo»: tutte le volte che nasce qualche difficoltà ci si rivolge al «tessitore» per eccellenza, Dario Franceschini, richiamato in prima linea per sbrogliare matasse che sembrano inestricabili e dettare una linea utile.
Ritenuto a torto o a ragione nume tutelare della segretaria Schlein, l’esperto senatore ferrarese si era ritirato in un cono d’ombra anche a seguito di alcuni problemi di salute che paiono felicemente superati, ma ammesso che si sia mai veramente defilato, si è ritagliato un suo ruolo di equilibratore in grado di portare a sintesi, o quantomeno di smussare gli angoli delle situazione più scabrose. Questa volta, e questa è la novità, il suo intervento non è stato sollecitato direttamente da Elly Schlein, ma da un gruppo di parlamentari del Pd, preoccupati delle recenti divisioni emerse nella coalizione che rischiano di farla deragliare dai binari dell’unita ancora prima di partire.
Elly vorrebbe rimandare e affrontare tutti nodi a settembre, ma queste sue tergiversazioni non sono gradite a molti nel Pd, e lo stesso Franceschini ritiene non si possa indugiare oltre: il quadro va definito al più presto. Il faccia a faccia tra Schlein e Conte soprattutto dopo i fatti di Napoli, non è procrastinabile, non solo per appianare i dissapori e chiarire la mosse future, ma sopratutto perché in ballo c’è ancora la madre di tutte le questioni, e cioè quella della della leadership. Per questo la scorsa settimana Franceschini ed il leader 5 Stelle ne hanno discusso a Montecitorio per quasi un’ora, nel classico incontro «segreto» che in realtà voleva essere conosciuto. I temi al centro della discussione sono stati diversi, ma tutti incentrati sui posizionamenti e sulle tattiche posizionali: delle divergenze in politica estera, vero vulnus tra Pd e M5s, non pare siano state affrontate.








