Aristotele – più di due millenni fa – chiamava “sostanza” ciò che una cosa è in se stessa, e “accidente” tutto quanto può mutare in essa senza intaccarne la natura: il colore di un tavolo, non il legno di cui è fatto. Applicata alla scuola italiana degli ultimi vent’anni, questa distinzione classica smette di essere un esercizio di stile e diventa un ragionamento capace di rivelare quanto raramente la politica si occupi di ciò che davvero conta. Di qualunque colore sia il governo, essa si è occupata instancabilmente degli accidenti, lasciando inevasa la sostanza: quella funzione formativa che la scuola declina nella combinazione equilibrata di abilità, attitudini, competenze e conoscenze, senza sacrificare una componente a vantaggio delle altre. Parliamo di competenze di base, reali, misurabili: leggere correttamente, scrivere nella lingua madre, far di conto con la matematica elementare.
A dirci tutto questo è il nuovo rapporto Invalsi sul quale va fatta una riflessione.
Immaginate una classe quinta primaria qualunque, in una città italiana qualunque: su dieci bambini seduti ai banchi, quasi quattro non sanno eseguire autonomamente un’operazione aritmetica elementare. A dircelo è l’Invalsi, che da anni offre dati puntuali, capaci di trasformare la diagnosi in prognosi e di indicare come arginare quell’analfabetismo funzionale che denunciamo periodicamente. La politica, però, archivia spesso quei referti senza leggerli fino in fondo, e insegue cambiamenti collaterali – curvature degli indirizzi di studio, nuove assunzioni, bandi per il potenziamento dell’offerta – che lasciano irrisolti gli obiettivi formativi veri, quelli che si strutturano tra un ciclo di studi e l’altro. In seconda elementare, quest’anno, i punteggi di italiano e matematica toccano il minimo dell’intera serie storica avviata nel 2019. Troppi bambini faticano a mettere in fila, con sintassi appena corretta, quello che ai tempi dei loro genitori si chiamava un “pensierino“. Chi insegna alle superiori lo sa bene: arrivano studenti che si stupiscono essi stessi delle proprie lacune elementari, come se durante gli anni di scuola si fosse aperto un buco nero mai richiuso. Meno si legge, meno si scrive, meno si calcola: il processo si è invertito, e i dati degli ultimi anni non fanno che confermarlo, senza pietà.








